Divulgazione scientifica o arte della persuasione ?

da L’Osservatore Romano, 1 novembre 2008

Divulgazione scientifica o arte della persuasione ?

Rischi dell’informazione

di Giulia Galeotti

I fattori chiamati in causa dal problema della divulgazione scientifica sono quattro: le scoperte scientifiche (A), gli scienziati che le producono (B), i giornalisti che le raccontano (C), il grande pubblico che le recepisce (D). Poiché D, pur non avendo alcuna conoscenza specifica nel campo, beneficia di A (o la subisce, a seconda dei casi), il compito cui è chiamata la divulgazione scientifica è di fare in modo che il pubblico comprenda ciò che gli viene comunicato, il che presuppone che B e C svolgano correttamente il loro compito.

Di questo hanno discusso martedì a Roma scienziati e giornalisti durante la giornata di studio organizzata dal premio Sapio per la ricerca italiana 2008, giunto alla decima edizione. Moderata da Andrea Pamparana, vicedirettore del “tg5” che l’anno scorso ha vinto il premio, la tavola rotonda ha cercato di approfondire il tema, acuitosi di recente: i mass media, infatti, pullulano ormai quotidianamente di notizie, dati e resoconti di ricerche e ritrovati scientifici, questioni che interessano grandemente i non addetti ai lavori. Ed è proprio perché gli ascoltatori sono incompetenti nello specifico che la scienza rischia di trasformarsi nell’arte della persuasione.

Recependo informazioni, infatti, o ci fidiamo di chi ci ispira maggiore fiducia, o veniamo convinti da chi ha la migliore arte oratoria ed espositiva. Com’è evidente, chi fornisce in primis l’informazione (lo scienziato) e chi poi la riporta (il giornalista) detiene il potere di decidere cosa dirci, e come dircelo.

Un aspetto cruciale, come ha sottolineato Amelia Beltramini (caporedattrice della rivista “Focus”), è quello dell’interesse economico che v’è dietro: per poterci affidare a una pagina di quotidiano, avremmo bisogno di sapere chi è il proprietario del giornale, così come dinnanzi alle parole dello scienziato sarebbe importante sapere chi finanzia le sue ricerche. Data, invece, la cieca fiducia che ormai nutriamo verso gli uomini di scienza, prescindendo dall’ambito in cui intervengono, il rischio è che nelle decisioni scientifiche “si finisca per scegliere in modo emotivo” (la Beltramini ha argomentato prendendo come esempio Veronesi: se parla di cancro al seno è la massima autorità in materia, ma quando si pronuncia sull’energia nucleare non ha alcuna competenza specifica).

Sul fronte dei giornalisti, accanto al grande nodo della loro onestà e della reale libertà rispetto ai propri editori, v’è il problema della loro effettiva competenza. Chi fa informazione scientifica conosce realmente ciò di cui sta parlando? Diversi relatori hanno sollevato la questione dei giovani collaboratori dei giornali che, pagati pochissimo, non dispongono né delle risorse né del tempo necessario per scrivere in modo accurato e documentato, scopiazzando qua e là (per cui un eventuale errore può essere ripetuto infinite volte). Più in generale, del resto, la divulgazione scientifica è una lotta contro il tempo, alla ricerca del dato sensazionale di immediata percezione per chi legge. L’informazione, invece, dovrebbe diventare adulta e restituire alla ricerca scientifica la complessità che le pertiene, il che non è affatto in contraddizione con la semplicità nell’esposizione.

Partendo dal presupposto che l’informazione, compresa quella scientifica, non è mai neutra, Vito Pindozzi – caporedattore centrale del “Giornale radio rai” – ha ricordato alcuni aspetti positivi indotti dal giornalismo in questo campo, come le campagne di denuncia o di sensibilizzazione alla tutela della salute. È facile, però, entrare nel circolo distorto del sovraccarico informativo, con un’autentica escalation: aumentando i dati, aumentano le fonti d’informazione, il che fa aumentare il disagio in chi le riceve, disagio che poi si traduce in ansia, in confusione e, quindi, nella diminuzione di certezze, il che porta, inevitabilmente, alla necessità di reperire nuovi dati.

Quanto agli scienziati, è stato più volte ribadito che la scienza dovrebbe farsi divulgatrice, trasmettendo lei stessa le informazioni al pubblico. Secondo Stefano Fantoni, direttore della Scuola internazionale superiore di studi avanzati (Sissa) di Trieste, non bastano più i mediatori, occorre invece spendersi come scienziati per cercare di dare risposte ai grandi dubbi della società. Manuela Arata, del Technology transfer office del Cnr, da parte sua ritiene che il divulgatore scientifico per eccellenza sia lo scienziato, che deve imparare a usare il linguaggio del pubblico. Proprio in quest’ottica – che può ingenerare qualche riserva – è stata data una menzione speciale per la divulgazione scientifica a Lucy Hawking, coautrice insieme con il padre Stephen Hawking del libro per bambini La chiave segreta per l’universo (Mondadori), in cui vengono spiegate al piccolo pubblico le meraviglie del cosmo. La Hawking ha raccontato che l’avventura è stata pensata e scritta partendo dalle domande che i bambini, in tanti anni, hanno rivolto a suo padre. Né deve sorprendere, ha aggiunto, che un eminente scienziato abbia scritto un libro per l’infanzia: Stephen Hawking condivide, infatti, con i bambini la curiosità verso il mondo, e il fatto di porsi costantemente la domanda sul perché delle cose. Padre e figlia sono del resto preoccupati dell’allontanamento dei bambini dalla scienza: uno studio effettuato nel Regno Unito ha rivelato che un’alta percentuale di bimbi crede che Mars sia solo una barretta di cioccolato.

Stimolante l’intervento di Piergiuseppe Pelicci – presidente del Comitato scientifico della Fondazione Umberto Veronesi e Direttore scientifico del Dipartimento di Oncologia sperimentale dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano – che ha affrontato il delicato tema del trasferimento e del passaggio delle scoperte scientifiche al processo industriale. Si tratta di un aspetto fondamentale anche perché il trasferimento alle imprese è nel mondo occidentale odierno “il solo modo funzionante con cui la scienza rende noti i propri risultati al pubblico”, cioè è la via mediante cui la gente usufruisce della scienza. Le logiche che dominano questo rapporto sono, dunque, quelle dell’impresa, il che ha gravi conseguenze, ad esempio, laddove lo scienziato faccia una scoperta efficace ma non proteggibile, tale scoperta non si svilupperà mai. Le soluzioni non sono facili. Ma già riconoscerlo è importante: parte dell’interesse della tavola rotonda di martedì è stato proprio il fatto di aver richiamato l’attenzione sul delicato e importante tema della divulgazione scientifica.

© L’Osservatore Romano

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