Il big bang il gesuita e l’ebreo

da L’Osservatore Romano, 3-4 novembre 2008

Il big bang il gesuita e l’ebreo

Scienza e religione al di là degli stereotipi

Due astronomi a colloquio con Riccardo Chiaberge

di Lucetta Scaraffia

Il rapporto fra scienza e religione sembra farsi sempre più difficile, addirittura fonte di aperti conflitti che nascono più spesso da malintesi che da vere ragioni di contrapposizione, tanto che alcuni scienziati, in tutto il mondo, ne hanno fatto addirittura un genere letterario. In un clima così teso arriva invece con intento distensivo il libro di Riccardo Chiaberge La variabile Dio (Milano, Longanesi, 2008, pagine 195, euro 14,60) che affronta questo tema da un punto di vista originale:  un lungo colloquio con importanti scienziati, George Coyne, che è stato direttore della Specola Vaticana, e Arno Penzias, l’astronomo che ha captato il rumore del big bang. L’incontro si è svolto in distesa amicizia e stima reciproca, “tutto l’opposto di quel clima di crociata e di muro contro di muro che sembra dominare da qualche anno intorno a questi temi”.

I due scienziati, entrambi settantacinquenni, hanno parlato del rapporto con la religione nel loro percorso biografico – Coyne gesuita, Penzias ebreo scampato alla Shoah – e nella loro passione scientifica. E se Penzias dice di guardare a un mondo in cui Dio non interviene, Coyne insegue Dio nella sua ricerca sull’universo:  “Sto cercando di capire un universo creato da Dio che mi ama”. Ma se non sono molti gli scienziati a dichiararsi religiosi – scrive Chiaberge – sono quasi la metà quanti pensano che avere una fede non impedisca affatto di essere un ottimo ricercatore, convinti cioè che si tratti di due campi esistenziali separati, che possono non interferire l’uno con l’altro.

Chiaberge passa poi ad affrontare i due nodi strategici della contrapposizione fra scienza e fede:  il processo a Galileo e l’evoluzionismo. Mentre per il processo a Galileo sembra addirittura che l’ebreo Penzias sia più indulgente del gesuita Coyne nel suo giudizio sull’operato della Chiesa di Roma, vedendo nel processo allo scienziato non tanto una condanna delle sue teorie, quanto dell’uomo che ne aveva fatto un uso contrario alle disposizioni della gerarchia ecclesiastica – un processo quindi più politico che scientifico – per quanto riguarda l’evoluzionismo vediamo i due scienziati schierati entrambi, senza remore, su una posizione favorevole.

Posizione che si contrappone quindi nettamente a quelle dei creazionisti, ai quali Chiaberge dedica un interessante capitolo frutto di una visita al Creation Museum del Kentucky. Coyne sostiene che anche l’idea dell’Intelligent Design “sminuisce Dio, lo degrada ad un ingegnere”, mentre invece – continua il gesuita – “la scienza moderna pone una sfida, una sfida stimolante, alle credenze tradizionali intorno a Dio. Dio nella sua infinita libertà crea continuamente un mondo che riflette questa libertà a tutti i livelli del processo evolutivo verso una complessità sempre più grande. Dio lascia che il mondo sia quello che sarà nella sua continua evoluzione. Non interviene, ma piuttosto asseconda, partecipa, ama”.

Ma questo libro dai molti meriti, che tra l’altro – ed è un pregio non secondario – riesce a far capire in termini semplici complicate teorie astrofisiche sull’origine e la natura dell’universo, non arriva a individuare il punto su cui si fonda la vera differenza fra i cattolici e gli evoluzionisti radicali:  cioè il posto dell’essere umano nella natura. I cattolici, e i credenti in generale, non accettano infatti una teoria che vuole l’uomo parte della natura a tal punto da negare la differenza, l’eccezione, della specificità umana. Da questa diversa concezione di essere umano, ovviamente, deriva una diversa valutazione etica dell’intervento scientifico nei momenti di inizio e di fine della vita.

Molto parziale è anche la lettura che Chiaberge fa del Vaticano II, secondo lui molto aperto nei confronti della scienza e che nei decenni successivi sarebbe stato tradito da una nuova ostilità dimostrata dalla Chiesa:  l’autore sembra non pensare che nei decenni che seguono il concilio è cambiato completamente il rapporto fra la scienza e la società, e si sono aperti nuovi e complessi problemi, ai quali, sicuramente, i padri conciliari non avrebbero potuto dare risposte diverse da quelle date dalla Chiesa di oggi. Ma nonostante queste incomprensioni il libro rimane un tentativo interessante di conciliazione fra mondi culturali che vengono spesso contrapposti. Un tentativo del quale bisognerà tenere conto.

© L’Osservatore Romano

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