La rivoluzione di Galileo quattrocento anni dopo

da L’Osservatore Romano, 30 gennaio 2009

La rivoluzione di Galileo quattrocento anni dopo

Le iniziative della Santa Sede per l’Anno dell’Astronomia

Il cannocchiale esisteva già ma per primo lo scienziato pisano ebbe l’intuizione di puntarlo verso il cielo. Mutava per sempre la distanza tra l’uomo e l’universo.

di Marcello Filotei

«Un giorno il leone chiamò a sé il lupo e gli chiese se il suo alito avesse un cattivo odore. Il lupo rispose “sì” e fu sbranato. Troppo presuntuoso. Alla stessa domanda la pecora rispose “no” e subì la stessa sorte. Troppa piaggeria. La volpe lamentò un forte raffreddore ed ebbe salva la vita». In questa storiella si può sintetizzare il rapporto tra scienza e potere e nel contesto storico nel quale lavorò Galileo Galilei, ha spiegato l’accademico linceo Paolo Rossi, durante l’incontro che si è tenuto giovedì 29 nella Sala Stampa della Santa Sede per presentare le iniziative per l’Anno dell’Astronomia indetto nel 2009 dalle Nazioni Unite a quattrocento anni dalle prime scoperte astronomiche, nonché il Convegno internazionale su Galileo Galilei che si terrà a Firenze dal 26 al 30 maggio.

La questione è certamente ancora aperta, e il convegno ha spiegato Rossi «intende affrontare, con un’ampiezza finora intentata, tutti i terni essenziali, dalla condanna della dottrina di Copernico nel 1616 al processo a Galileo nel 1633, dalla genesi del cosiddetto “caso Galileo” alla sua evoluzione in Italia, Francia, Inghilterra attraversando la storia dal Seicento ai nostri giorni, con una puntata anche nella Germania nazista». Come è fisiologico, «le interpretazioni sono molteplici e l’intenzione è quella di affrontare il problema senza pregiudizi, storicizzandolo e vedendone lo sviluppo nei secoli, senza la pretesa di arrivare a una definizione assoluta, impossibile nelle scienze umanistiche».

L’auspicio di nuovi studi che riprendano in mano le carte e affrontino l’argomento sfrondandolo «di elementi “mitici” che si sono sedimentati nel tempo» è stato formulato dall’arcivescovo Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura. «Galilei è una sorta di  vessillo del rapporto tra fede e scienza, con aspetti a volte mitologici», ha aggiunto ricordando che lo stesso Bertolt Brecht nella sua Vita di Galileo, più volte rimaneggiata fornisce almeno tre versioni della figura del protagonista: prima egoista, che dà ragione a chi lo accusa per quieto vivere; poi traditore degli scienziati che rinnega le proprie scoperte per il proprio tornaconto personale, infine eroe della libertà intellettuale e martire della scienza».

Comunque si è trattato di un genio che quattrocento anni fa per la prima volta nella storia ha avuto l’idea di puntare il cannocchiale verso il cielo. Prima lo strumento era usato dagli ammiragli per avvistare la terra all’orizzonte, o dai capitani degli eserciti per spiare il nemico. L’oggetto era contestato da quanti lo ritenevano inaffidabile, perché restituiva un immagine falsata del reale. Ma il cambio di prospettiva, pochi centimetri di alzo, cambiarono il modo di vedere l’uomo in rapporto all’universo che lo circonda. L’Anno dell’Astronomia è dunque un’occasione per ripercorrere la strada battuta, nella consapevolezza che la «Chiesa deve fare autocritica, come ha fatto, ma allo stesso tempo chiede agli esperti una interpretazione delle carte senza pregiudizi», ha rilevato Ravasi.

Indubbio è comunque il carattere rivoluzionario dell’interpretazione stessa dell’astronomia da parte di Galileo. L’idea che uno strumento meccanico venisse utilizzato per far progredire la scienza, nel Seicento era considerata semplicemente assurda. «Meccanico», secondo il dizionario dell’epoca, significava «vile, basso», concordemente a una visione scientifica che ignorava tecnologia. Proprio su questo punto to ha posto l’accento Nicola Cabibbo, presidente della Pontificia Accademia delle Scienze, sottolineando come Galileo rappresenti una sorta di traghettatore dal vecchio al nuovo. Prima di lui, ha rilevato l’esperto «Tolomeo e Copernico consideravano l’astronomia una scienza geometrica, fu Galileo a intuire che invece si trattava di una scienza fisica, fatta di corpi reali che hanno un peso e una massa, come aveva anticipato in qualche modo già Giordano Bruno nella sua teoria dei multimondi, oggi di particolare attualità».

E di questioni attuali legate a quest’Anno dell’Astronomia ce ne sono più di una. Le celebrazioni ha sottolineato il gesuita José Gabriel Funes, direttore della Specola Vaticana forniscono l’occasione per sollevare alcune questioni importanti come l’insente di luminoso, che non consente di osservare il cielo togliendo, soprattutto a chi vive in città, non solo la possibilità di godere di un eccezionale spettacolo, ma anche di una vista che aiuta a comprendere la posizione e quindi il ruolo stesso dell’uomo nell’universo.

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