L’agnostico che guardava alla grandiosità della natura

da L’Osservatore Romano,  12 febbraio 2009


L’agnostico che guardava alla grandiosità della natura

A duecento anni dalla nascita di Charles Darwin

di Fiorenzo Facchini

Nella conclusione dell’opera L’origine delle specie di Charles Darwin, pubblicata 150 anni or sono, si legge:  “Vi è qualcosa di grandioso in queste considerazioni sulla vita”. Nella successiva edizione del 1860 e nelle altre che seguirono vi è un’ aggiunta:  “…e sulle varie facoltà di essa, che furono impresse dal Creatore in poche forme o anche una sola”. Sono sufficienti queste parole per fare ritenere che Darwin era credente? Qualche anno più tardi, nel 1879, scriverà:  “Nelle mie fluttuazioni più estreme non sono mai stato ateo nel senso di negare Dio. Credo che in generale (e sempre di più con il passare degli anni), ma non sempre, la mia posizione possa essere descritta più appropriatamente con il termine agnostico”.

Charles Darwin da giovane aveva avuto una educazione religiosa, ma con gli anni i rapporti con la fede cristiana si erano raffreddati. Le osservazioni naturalistiche che aveva fatto nel lungo viaggio intorno al mondo a bordo del brigantino Beagle dal dicembre 1831 all’ottobre 1836, lo portavano a riferire la grande varietà dei viventi alla diversità dell’ambiente, non ad atti creativi di Dio.

Per spiegare la struttura degli organismi si poteva pensare a una origine comune delle varie specie, differenziatesi nel tempo in forza di variazioni (le mutazioni della genetica moderna) insorte spontaneamente, senza riferimento all’esito che avrebbero avuto, e trasmesse alla discendenza. Soltanto quelle adatte all’ambiente hanno potuto sopravvivere. Nel pensiero di Darwin i fattori ambientali (isolamento, competizione con altre specie, clima, e così via) sono decisivi per la sopravvivenza. Di fatto si ha una lotta per l’esistenza (un’idea presa da Malthus) che realizza una selezione naturale, analoga a quella degli allevatori. Tale selezione è da intendersi non solo conservativa, ma creativa, perché può favorire nuove combinazioni adattative dei caratteri casualmente formatisi.

Un modo di vedere molto diverso da quello del tempo, ricavato da una interpretazione letterale della Genesi. Secondo il pensiero del teologo anglicano William Paley, dell’epoca di Darwin, la natura va vista come un perfetto congegno pensato e realizzato dal Creatore.

Alle stesse conclusioni di Darwin sulla selezione naturale era pervenuto indipendentemente Alfred Russel Wallace, il quale pure aveva fatto viaggi nelle regioni orientali dell’Asia e raccolto molte osservazioni. Le conclusioni dei due scienziati furono presentate alla Linnaean Society di Londra il I luglio 1858, ma Darwin uscì nell’anno seguente con l’opera poderosa L’origine delle specie che si impose rapidamente nel mondo scientifico.

Nella spiegazione darwiniana non c’è bisogno di pensare alla creazione delle specie. È la natura che le forma casualmente. E se c’è un ordine, se ci sono correlazioni e finalità è perché certe combinazioni dei caratteri, che spontaneamente si formano, vengono premiate dalla selezione naturale.

La teoria di Darwin si è arricchita nella prima metà del secolo ventesimo delle vedute della genetica sulla trasmissione dei caratteri, sui diversi tipi di mutazioni, sulle ricombinazioni geniche e, in seguito, sul Dna, conoscenze tutte che confluirono nella teoria sintetica dell’evoluzione largamente accettata. Essa trova riscontri a livello di genetica di popolazioni e sul piano microevolutivo, ma la sua estensione a tutto il processo evolutivo è ancora problematica e richiede integrazioni che possono venire dalla paleontologia e dalla biologia evolutiva.

Gli studi sui ritmi evolutivi sembrano suggerire modalità in parte diverse – “equilibri punteggiati” – da quelle supposte da Darwin. Le ricerche sui geni regolatori multifunzionali (o architetti) e sulle convergenze evolutive che si osservano in serie indipendenti e lontane nello spazio, fanno pensare a qualche vincolo o canalizzazione nella evoluzione, mentre l’eredità epigenetica e le diverse forme di simbiosi e di cooperazione allargano lo scenario dei processi evolutivi. Anche darwinisti convinti ammettono che la spiegazione darwiniana debba essere integrata. Ma a parte gli aspetti scientifici la teoria di Darwin viene allargata da alcuni suoi seguaci a una visione della natura in cui non c’è più bisogno di Dio. In questo modo viene ad assumere il carattere di ideologia o filosofia della natura.

È evidente una provocazione alla teologia della creazione, nella quale può invece trovare spazio l’evoluzione in una prospettiva storica, come più volte è stato rilevato in autorevoli documenti del magistero. Pierre Teilhard de Chardin l’ha raccolta andando oltre il darwinismo e prospettando una “casualità orientata”.

Nella visione darwiniana può fare problema non tanto il fatto che la storia della vita sia segnata da trasformazioni, quanto il rapporto con Dio creatore e il finalismo della creazione che, di per sé, però può realizzarsi anche per eventi in parte aleatori.

Per quanto riguarda l’uomo, Darwin sostiene una derivazione analoga a quella delle altre specie, senza porsi il problema della dimensione spirituale. Nell’opera Le origini dell’uomo (1871), afferma una differenza soltanto di grado, non di qualità, tra la mente dell’uomo e quella degli animali più elevati. Secondo la stessa prospettiva si sviluppa l’opera successiva:  Le espressioni delle emozioni negli uomini e negli animali (1872), in cui vengono descritti e paragonati i comportamenti degli uomini e degli animali a sostegno della comune ascendenza. È evidente una visione riduzionista, di tipo materialista, volta a spiegare anche il comportamento culturale e i valori morali con la selezione naturale. In questo modo finisce per assumere una connotazione ideologica, quella che ha poi ispirato largamente il pensiero di molti etologi e il naturalismo, una posizione che va riemergendo, particolarmente nelle neuroscienze.

La posizione dell’uomo nella natura non sarebbe più quella di vertice o centro dell’universo, trattandosi di un evento fortuito. Secondo Monod, “l’uomo è solo nell’immensità dell’universo da cui è emerso per caso”.

Va notato però che il riduzionismo antropologico di per sé non è richiesto dalla teoria darwiniana della selezione naturale. Del resto questa posizione di Darwin non era condivisa da Wallace che pure sosteneva l’evoluzione per selezione naturale.

Viene poi da chiedersi se l’agire dell’uomo, capace di opporsi intenzionalmente alla selezione naturale e di padroneggiare l’ambiente, non vada a scardinare di fatto il concetto di una sua marginalità come specie biologica. L’importanza e la centralità dell’evento-uomo nella natura – a parte le considerazioni filosofiche fatte da Giovanni Paolo II sul salto ontologico che è da ammettersi nella comparsa dell’uomo – gli viene restituita dal fatto che l’uomo ha coscienza di sé, può dare coscienza a quanto lo circonda e interviene intenzionalmente sull’ambiente.

Charles Darwin è una personalità complessa con luci e ombre. Essa si presta a molte discussioni sia dal punto di vista scientifico che per i suoi orientamenti di carattere filosofico e morale che riflettono i problemi, i dubbi, il mondo interiore della persona. Tra questi non va dimenticato il forte impatto con la sofferenza per la morte della figlia bambina.

Charles Darwin è stato certamente un grande naturalista e ha avuto felici intuizioni che in parte sono state confermate dalla scienza.

La sua teoria è stata usata ideologicamente in senso antireligioso da alcuni suoi seguaci. Le estensioni della selezione naturale per spiegare la sfera morale, costruita su supposte analogie del comportamento animale e umano, non hanno fondamento scientifico. Non vanno neppure dimenticate alcune derive, storicamente perniciose, come il darwinismo sociale, denunciate dagli stessi seguaci di Darwin.

A Darwin va riconosciuta una funzione di stimolo per la teologia. Il tema dell’evoluzione ha stimolato la riflessione teologica sulla creazione, sul rapporto tra Dio e natura vista dinamicamente, nel quale può trovare posto l’evoluzione della vita, secondo l’intuizione di alcuni grandi ecclesiastici dell’Ottocento, come i cardinali Nicholas P. S. Wiseman e John Henry Newman.

Mentre per quanto riguarda l’uomo va rilevato un riduzionismo non conciliabile con la visione cattolica, il riferimento al Creatore nella conclusione delle Origini delle specie, citato più sopra, potrebbe apparire non lontano da una visione dinamica della creazione. Resta il problema:  come si è sviluppato il processo evolutivo? come si sono formate le regolarità che si osservano in natura? Se la selezione naturale non basta (ed è molto probabile) il discorso è aperto, ma sta alla scienza affrontarlo.

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