Galileo, il caso è riaperto

da  Il Sole 24 ore, 10 maggio 2009

Galileo, il caso è riaperto

Dal 26 al 30 maggio, per la prima volta le diverse istituzioni protagoniste del dissidio tra la Chiesa e lo scienziato pisano si incontreranno. Ecco un quadro delle «incomprensioni» ancora da affrontare

di Paolo Galluzzi

Dopo secoli di imperturbabile silenzio, nei quali ha evitato di pronunciarsi sul processo del 1633, la Chiesa è venuta recentemente manifestando la volontà di fare pubblicamente i conti col caso Galileo, in modo da togliersi dal fianco una spina che portato con imbarazzo e disagio per lunghissimo tempo.

Da questa svolta, che può essere fatta risalire al 1979, quando per la prima volta in assoluto un Pontefice, Giovanni Paolo II, formulò pubblicamente un giudizio sul processo di 350 anni prima, sono scaturite prese di posizione e documenti ufficiali, studi e pubblicazioni che formano un incartamento voluminoso.

Si è finora osservata una continua oscillazione tra prese di posizione che manifestano la volontà di riconoscere gli errori commessi e l’affiorare di argomentazioni finalizzate ad assolvere o giustificare l’operato dei giudici di Galileo. Mi pare che, in generale, l’iniziativa promossa da Giovanni Paolo II sia stata animata dalla volontà di conseguire due obbiettivi fondamentali.

Dimostrare, in primo luogo, che la responsabilità degli errori compiuti nei confronti di Galileo ricade esclusivamente sugli individui direttamente coinvolti nell’affaire processuale: errori umani, conseguenza dell’incomprensione da parte dei giudici dell’Inquisizione delle questioni che erano sul tappeto. Cercare, in secondo luogo, di attenuarne la responsabilità, assegnando a Galileo parte significativa della colpa, a motivo dell’atteggiamento impertinente che tenne e della presunzione con la quale pretese che venisse accettata come vera una teoria per la quale non poteva fornire prove dirimenti.

Questa strategia è stata perseguita senza esitare a compiere disinvolte manipolazioni dei documenti ed evitando di menzionare le evidenze contrarie.

Nel discorso letto nell’ottobre del 1992 da Giovanni Paolo II davanti alla Pontificia Accademia delle Scienze fu prospettata una ricostruzione di quelle vicende che faceva fulcro su quattro tesi fondamentali, che, a parere del Pontefice, rendevano perfettamente conto di quell’increscioso incidente, che Giovanni Paolo II definì come una «tragica reciproca incomprensione».

1. Galileo non capì che in quella fase storica il copernicanesimo era semplicemente un’ipotesi. Affermandone la verità fisica, egli venne meno al metodo congetturale che deve caratterizzare la ricerca scientifica.

2. Alcuni teologi dell’epoca (i cui nomi il Pontefice evitò di precisare) non compresero in che modo dovevano essere interpretate le Sacre Scritture. Per questo ne estesero erroneamente l’ambito di applicazione alle questioni naturali.

3. In questo errore non cadde tuttavia il Cardinale Roberto Bellarmino, al quale apparvero chiari i termini esatti nei quali la questione del copernicanesimo doveva essere affrontata.

4. Appena furono prodotte prove inappellabili della verità fisica della concezione eliocentrica, la Chiesa si affrettò ad accettare questa visione e ad ammettere implicitamente che la sua condanna era stata un errore.

Numerosi studiosi, laici e cattolici, hanno prodotto severe analisi critiche di tutte e quattro queste affermazioni del Pontefice. Né la Chiesa ha mai risposto a questi rilievi. Al contrario, le tesi interpretative (che non erano nuove) formulate dal Papa e dal Cardinale Poupard nel 1992 sono state riproposte con puntuale regolarità nella successiva produzione storiografica di natura apologetica, sia ad opera di uomini della Chiesa che di laici credenti. In quella produzione torna il leit-motiv della sostanziale marginalità del caso Galileo, invenzione dei più irriducibili avversari della Chiesa, che avrebbero amplificato l’importanza di un incidente banale, rapidamente superato, e comunque definitivamente chiuso con il discorso del Pontefice nell’ottobre 1992.

Tra le tesi che gli uomini di Chiesa hanno proposto nel corso della cosiddetta revisione del caso Galileo, quella che definisce lo scienziato pisano miglior teologo che scienziato, mentre Bellarmino sarebbe stato, al tempo stesso, eccellente teologo e raffinato conoscitore del metodo della scienza, costituisce senza dubbio l’esito più paradossale di una riflessione smaccatamente guidata da finalità non disinteressate. Basterà a questo proposito sottolineare che la presunta sapienza metodologica di Bellarmino lo indusse ad attestarsi a rigido difensore di una concezione della scienza che appariva già allora chiaramente al tramonto; inoltre, il Santo non trasse alcun profitto dalla sua matura e precorritrice impostazione metodologica. Galileo, viceversa, pur balbettando sul piano del metodo scientifico, in pochi decenni mutò radicalmente il volto della scienza (e perfino quello dell’ermeneutica biblica!), demolendo quelle teorie fisiche sulla cui invincibile solidità l’illustre Cardinale era pronto a giurare.

Si dimentica inoltre che il contrasto tra Chiesa e nuova scienza e quello tra Galileo e Bellarmino non si sviluppò affatto sul terreno dell’epistemologia; esso fu molto più semplicemente la conseguenza della ferma volontà delle autorità ecclesiastiche e di Bellarmino di negare a Galileo, così come a chiunque altro, la libertà di sostenere dottrine diverse da quelle insegnate da Santa Romana Chiesa.

Valutazioni non meno critiche merita l’argomento della responsabilità per l’esito drammatico del processo che andrebbe riconosciuta a Galileo a causa del suo carattere aggressivo. Cosa avrebbe dovuto fare un uomo della sua statura e della sua consapevolezza intellettuale davanti agli argomenti di imbarazzante fragilità e alle minacce di imbavagliamento che gli venivano indirizzate? Non ci si rende conto che se Galileo avesse accolto docilmente le obbiezioni degli avversari e si fosse sottomesso prontamente all’invito a considerare puramente ipotetiche le proprie conclusioni, potremmo essere oggi ancora convinti che la Terra è immobile al centro del mondo, che i cieli sono mossi dagli angeli, che il nostro pianeta e le forme viventi che ospita sono rimasti tal quali Dio le creò poche migliaia di anni fa?

Ad esiti altrettanto paradossali conduce la tesi del Galileo illuminato profeta della moderna ermeneutica biblica. Riesce infatti arduo giustificare come sia potuto avvenire che, per rendersi conto del fondamento della sua interpretazione dei testi biblici, la Chiesa abbia impiegato alcuni secoli, nel corso dei quali difese con determinazione l’esclusività del suo magistero interpretativo che conduceva a conclusioni estremamente distanti da quelle proposte da Galileo. La verità è che a non comprendere la proposta di Galileo non furono, come si espresse il Papa nel 1992, solo «alcuni teologi» che in quel determinato contesto storico non capirono come si dovevano interpretare le Scritture sacre, ma generazioni e generazioni di teologi, di pronunciamenti dottrinali della Chiesa, di atti ufficiali che proibivano la pubblicazione dei testi stessi nei quali trovavano espressione i concetti chiave dell’ermeneutica biblica galileiana.

Bisogna riconoscere che il caso Galileo non è mai stato così aperto come oggi. La Chiesa aspira a sancirne unilateralmente la conclusione perché esso mostra meglio di altri episodi la natura storica, evolutiva e terrena dell’istituzione religiosa, sottoposta ai condizionamenti del contesto, fondata su assetti dottrinali che mutano nel tempo, affidata alla responsabilità di personaggi che errano umanamente. È questa la Chiesa, con le sue grandissime figure, animate da nobilissimi slanci ideali, ma anche con i suoi cedimenti alle tentazioni mondane, che lo storico incontra nello studio delle vicende umane.

Il caso Galileo è problematico, ambiguo e arduo da risolvere perché torna a prospettarsi in modi e con significati continuamente mutevoli in momenti diversi della storia moderna. La sfida di oggi è quella di trovare un punto accettabile di equilibrio che allenti la tensione tra la battaglia risoluta della Chiesa contro il relativismo in nome di valori, assoluti e non negoziabili che pretende di imporre universalmente e la visione laica dei principi morali come fondamenti delle regole sulle quali si fonda la convivenza civile, valori adattabili alle circostanze, negoziabili, sulla base di un largo consenso e comunque sempre subordinati al principio essenziale della libertà di pensiero e di coscienza.

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