Darwinismo e biologismo esasperato

da L’Osservatore Romano, 27 maggio 2009

Darwinismo e biologismo esasperato

Di fronte alle apparenti antinomie dell’evoluzione

di Fiorenzo Facchini

L’evoluzione della vita è un insieme di eventi di ordine scientifico, un fatto di cui prendere atto. È difficile contestare che siano avvenute per processi naturali delle trasformazioni che hanno portato in alcune direzioni a forme di vita via via più complesse, anche se tali processi non sono generalizzabili e ancora non sono ben definiti in tutte le modalità e cause. Su ciò il dibattito scientifico è aperto.

Avviene però che le discussioni vadano molto al di là dell’aspetto scientifico, perché finiscono per coinvolgere l’ambito filosofico e teologico. Ed è qui che il dibattito si fa più vivo e può interessare un pubblico più vasto.

Le discussioni si possono ricondurre essenzialmente a tre possibili antinomie o contrasti:  evoluzione o creazione? casualità o finalismo nella natura? animalità più elevata o anima spirituale nell’uomo? Sono questioni importanti, perché non riguardano solo il passato, ma il presente. È in gioco la concezione della natura, il rapporto con la sfera trascendente.

Alcuni studiosi vogliono estendere la teoria darwiniana della evoluzione a una visione della realtà che renderebbe superfluo qualunque riferimento a cause trascendenti.

La spiegazione suggerita da Darwin sulla formazione delle specie esclude singoli atti creativi (come causa efficiente esterna) ed elimina anche la causa finale, perché le variazioni in natura sono spontanee e si affermano per la selezione naturale.

Ma allora tutto quanto esiste non potrebbe essersi formato senza bisogno di creazione? E le regolarità della natura non potrebbero essere riferite a pura casualità? Una natura che si è autoformata, come sostengono alcuni darwinisti. È questa una estensione arbitraria, segno di una opzione di fondo che va oltre la scienza. In realtà Darwin non era giunto al punto di negare la creazione e nella pagina finale della seconda edizione e in quelle successive di The Origin of Species nomina il Creatore. Sembrerebbe che Darwin volesse lasciare aperto il tema della creazione. Assai meno disponibili molti suoi seguaci.

Secondo Orlando Franceschelli e Telmo Pievani il darwinismo ha emancipato la natura da Dio e da ogni possibile finalismo. Di Dio non c’è più bisogno. Se poi si guarda all’uomo, anch’esso formatosi come le altre specie del mondo animale, la sua somiglianza con loro nelle emozioni e nelle qualità mentali è tale da far pensare a una differenza soltanto di grado e non di qualità fra l’animale e l’uomo. Così afferma chiaramente Darwin in The Descient of Man (1871).

Su questa linea si inserisce un modo di vedere il comportamento culturale dell’uomo nelle sue diverse manifestazioni. La differenza sta nelle diverse capacità cognitive che consentono comportamenti diversi. Ma è questione di gradazioni, non di qualità.

In queste vedute si va ben oltre la teoria evolutiva. Siamo di fronte a una concezione filosofica totalizzante che si presenta come naturalismo. È una visione della realtà che risolve le tre apparenti antinomie della evoluzione eliminando il secondo termine di ciascuna:  Dio, il finalismo, l’anima.

Sulla conciliabilità di evoluzione e creazione molto è stato scritto, e anche sul fatto che il finalismo o l’idea di un progetto nella creazione non esclude il carattere contingente di molti fenomeni naturali, attraverso i quali può esprimersi la creazione.

Vorrei riprendere in questa sede il tema dell’uomo, a cui viene rivolta oggi una particolare attenzione.

Quello che mi colpisce non è tanto la comunanza di gran parte del genoma umano con quello dello scimpanzé, né l’evoluzione delle caratteristiche fisiche dell’uomo, quanto la visione riduttiva di molti darwinisti circa il comportamento culturale. L’uomo deve essere uguale agli animali, dunque anche il suo comportamento va interpretato nello stesso modo. Si vanno così a cercare i geni responsabili delle qualità morali, si indaga sulle relazioni tra l’attività neuronale e il comportamento, compresa l’autodeterminazione e il senso religioso. Tutto deve avere una determinazione genetica o biologica.

La selezione naturale opererebbe sui caratteri morali allo stesso modo che sui caratteri fisici. Se l’uomo si è affermato nella evoluzione, è perché tutto ha un significato adattativo, anche il senso morale e religioso. Siamo di fronte a un presupposto più che a una dimostrazione.
In un recente saggio di Orlando Franceschelli su Darwin e l’anima, si insiste sulla coevoluzione della componente etico-culturale e del senso morale mediante la selezione naturale. Ad essi deve essere riconosciuto un significato adattativo in senso darwiniano. Ma a ben riflettere viene supposto quello che deve essere dimostrato.

Si parla di selezione naturale darwiniana per la formazione di sistemi di credenze per i vantaggi che essi possono offrire al gruppo. Secondo Niebauer il grado di lateralizzazione dell’encefalo (per la manualità) sarebbe in relazione con la propensione a credere al creazionismo! Si va a finire nella fantascienza.

Non tutto quello che l’uomo realizza con la cultura e ha successo deve avere una determinazione biologica e assumere un significato adattativo in senso darwiniano. I possibili vantaggi non sono necessariamente legati a processi di selezione naturale. L’evoluzione culturale non segue lo schema darwiniano. L’adattamento culturale si aggiunge a quello biologico, ma non si identifica con esso.

Il comportamento morale risponde a valori connessi con la condizione umana e offre vantaggi sul piano sociale, ma resta libero e le motivazioni non seguono le leggi della biologia. Si pensi all’altruismo in forma cosciente e gratuita.

Si ha l’impressione di trovarsi dinanzi a un biologismo esasperato, privo di base scientifica, che ricorda per qualche aspetto l’impostazione di Cesare Lombroso (di cui si celebra in questo anno il centenario della morte) nella sua pretesa di collegare a certe caratteristiche fisiche i comportamenti criminosi.

Alcuni, come Telmo Pievani, propongono un naturalismo liberalizzato o pluralista, sempre escludendo però principi o piani ontologici che trascendono la natura.

Dal naturalismo si traggono risposte sui grandi temi dell’esistenza e possono derivare molte conseguenze sul piano sociale. Ma l’esclusione della dimensione spirituale dell’uomo e della sfera trascendente, attenua l’oggettivo valore dell’uomo esponendolo a più facili rischi e abusi. La dignità e i diritti della persona vengono a dipendere dal consenso dei più.

Certamente la dimostrazione dello spirito nell’uomo non si basa sulle metodologie delle scienze naturali. Ma neppure la sua esclusione sarebbe sostenibile con le stesse metodologie.

Molti ritengono che l’uomo non sia soltanto un corpo, ma sia arricchito dall’anima spirituale, una convinzione che si basa sul ragionamento ed è confermata dalla fede. Ciò significa una speciale e diretta relazione di dipendenza dal Creatore per i primi uomini come per ogni essere umano, un trascendimento o salto ontologico, per usare la nota espressione di Giovanni Paolo II. Questa affermazione non rappresenta una intrusione della teologia nel campo della scienza, come a volte viene impropriamente rilevato da alcuni, ma è richiesta dalla riflessione filosofica, prima che dalla fede.

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