L’uomo di fronte al cosmo

Al Pontificio Consiglio della Cultura John Barrow parla delle origini dell’universo

di Fabio Colagrande                    da  L’Osservatore Romano, 11 dicembre 2010

Dopo aver rilanciato il dialogo tra fede e scienza durante il 2009, Anno Internazionale dell’Astronomia, il Pontificio Consiglio della Cultura inaugura quest’anno in Vaticano il progetto delle “Stoq lectures”. Una serie di conferenze di alto livello dedicate al rapporto tra la fede, la teologia o la filosofia e le scienze naturali, tenute da studiosi che abbiano una proposta originale in questo campo. È un modo per dare concretezza a una delle piste di dialogo in cui il dicastero presieduto dal cardinale Gianfranco Ravasi è impegnato. Dialogo con l’arte contemporanea, con il mondo della non-credenza – attraverso il “Cortile dei Gentili” – dialogo con le altre culture e, appunto, con la scienza.

 

L’iniziativa avviene nell’ambito del Progetto Stoq (“Science, Theology and the Ontological Quest”), che vede collaborare le università pontificie, ed è sponsorizzata dall’Agenzia Spaziale Italiana. A inaugurare il ciclo di conferenze sarà John D. Barrow, matematico e cosmologo di Cambridge, Premio Templeton 2006. La sua conferenza, intitolata “The Origin of the Universe. What Modern Cosmology Tells Us about Our Place in the Universe” è in programma venerdì 10 dicembre nella Sala Pio x di via della Conciliazione (entrata Via dell’Ospedale). L’incontro sarà presieduto dal cardinale Ravasi, mentre il gesuita José G. Funes, direttore della Specola Vaticana, discuterà la tesi di Barrow. Moderatore sarà Piero Benvenuti, astrofisico dell’Asi.

“Abbiamo pensato a questa prima lecture, come a un volano, come a una specie di palcoscenico per presentare un progetto più vasto” spiega monsignor Melchor José Sánchez De Toca y Alameda, sottosegretario del dicastero della Cultura e coordinatore generale del Progetto Stoq. “Vogliamo iniziare una serie di conferenze di alto livello, e ci sembrava che per il lancio di questa iniziativa, Barrow fosse la personalità ideale, la più adatta per affrontare il tema delle origini dell’universo, dando vita a un incontro di alto livello, ma di taglio divulgativo”.

Barrow è un noto e brillante cosmologo e matematico, ma in particolare, qualche anno fa ha proposto con Frank Tipler la teoria del “principio antropico”, un tema che gli organizzatori considerano particolarmente interessante. “L’idea di Barrow e Tipler, semplificando molto – spiega monsignor Sánchez – si basa sulla costatazione che l’universo ha al suo interno una capacità di auto-aggiustamento, chiamata fine-tuning, talmente raffinata che i suoi parametri permettono l’esistenza della vita intelligente e di quella umana in particolare. Da ciò si deduce che lievissime variazioni in questi parametri, all’inizio dell’universo, avrebbero prodotto un altro stato di cose, in cui la vita, e quindi l’esistenza dell’uomo, non sarebbe stata possibile”.

Come spiega il coordinatore del Progetto Stoq questo principio ha suscitato tra gli scienziati un dibattito che è ancora in corso, perché sembra introdurre il concetto di “finalità” e quindi inserire categorie filosofiche all’interno della discussione prettamente scientifica. “Comunque – commenta Sánchez – è un fatto che la vita si possa sviluppare solo all’interno di parametri molto precisi. Piccole variazioni di temperatura, o piccole variazioni a livello biochimico, non consentirebbero la sua esistenza. E ci sembra dunque che questa proposta permetta di allargare l’orizzonte della discussione scientifica, andando verso un campo che è quello della filosofia della natura e della teologia. Una direzione in cui la scienza si apre a domande a cui non è in grado di rispondere”.

Ma può la moderna cosmologia spiegarci qual è il posto dell’uomo nell’universo? Il sottosegretario del dicastero della Cultura ci spiega che non compete alla scienza dare queste risposte, ma anche che la scienza, in particolare la cosmologia (così come altre scienze naturali come la biologia o le neuroscienze) possono portare quasi naturalmente l’uomo a porsi delle domande fondamentali, che non sono più prettamente empiriche, ma di natura diversa.
Nasce da qui l’importanza della filosofia della natura come ponte per entrare in dialogo con la teologia. “E a noi – ci spiega – sembra che questo dialogo vada incoraggiato. Se è vero che la scienza offre risposte sull’inizio dell’universo (ma non sulla sua origine che è un concetto metafisico) è vero anche che c’è un dinamismo nella ricerca scientifica, soprattutto nella grande scienza, che porta a porsi domande alte, come questa.  Domande a cui la scienza da  sola  non  è in grado di rispondere”.

Sulla possibilità che durante questi esperimenti di dialogo si possano confondere i piani, il coordinatore del Progetto Stoq è molto chiaro:  “Non ci sono rischi, a condizione che gli statuti epistemologici e gli orizzonti specifici siano rispettati. Le scienze naturali in quanto tali hanno un campo ben delimitato di studio. Ma dato che il soggetto che si pone le domande è uno solo, la stessa attività scientifica passa, quasi naturalmente, a un livello superiore che è quello della riflessione filosofica sui dati scientifici”. Si parla allora di filosofia della natura, che non si occupa del dato empirico, ma dell’ente naturale, della finalità della natura, della sua direzionalità, tutte domande legittime che non sono strettamente scientifiche ma filosofiche. “E la filosofia – chiosa monsignor Sánchez – è una forma di pensiero razionale altrettanto legittima”.

Altro rischio da non correre è quello, assai comune, di accostare il dialogo tra fede e scienza a quello tra credenti e non-credenti. “Spesso si pensa al dialogo tra scienza e fede quasi come a una sorta di parlamento britannico – ci spiega – dove da una parte siede il partito al governo e dall’altra la leale opposizione di Sua Maestà. In quest’immagine da un lato si collocherebbero i credenti e dall’altra gli scienziati. Ma è un’immagine errata perché molti scienziati sono stati e sono grandi credenti. Qui si parla invece del dialogo tra la teologia, come riflessione razionale sul dato rivelato, e le scienze naturali”. Lo scopo è dunque capire in che misura la teologia possa recepire le istanze che arrivano dalla scienza su temi come l’evoluzione della vita, l’origine del cosmo, la destinazione finale dell’universo, la responsabilità dell’uomo, la sua attività cosciente.

“D’altra parte – aggiunge – bisogna capire anche in che misura la teologia, come disciplina razionale, possa gettare luce su quelle domande a cui la scienza non può per sua natura rispondere”. Poi, in senso più ampio, questo dialogo riguarda l’utilizzo etico della ricerca scientifica e le sue applicazioni. E sono tanti gli esempi in cui la collaborazione può essere feconda su entrambi i fronti. Il caso più comune e citato sono le teorie scientifiche dell’evoluzione e la dottrina della creazione, un tipo di interazione che riguarda anche la metafisica. Ma il dicastero della Cultura guarda con attenzione anche a cosa stanno dicendo le Neuroscienze sulla risposta libera e sulla “azione volontaria”. “I progressi in questo campo sono enormi – sottolinea il coordinatore del Progetto Stoq – e la teologia non può non tenerne conto. Sono elementi che servono a elaborare una riflessione, basata su dati aggiornati, sulla “responsabilità morale”, la “libertà dell’uomo” e la questione del peccato”.

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