L’unità della conoscenza

 

da L’Osservatore Romano, 5 settembre 2010


L’unità della conoscenza

Comprendere il mondo tra fisica, psicanalisi e Qabbalà

di Cristiana Dobner

Un saggio si legge alla scrivania muniti di carta e penna, un romanzo distesi sulla spiaggia, una storia delle idee in veste letteraria richiede una comoda poltrona per godersi, paradossalmente, un viaggio nel “mondo di fuori e nel mondo interiore”, in compagnia di grandi geni, della fisica, della psicanalisi e della Qabbalà, ma come osarlo ben sapendo di non essere “genio” e neppure qualificato esperto in almeno uno dei tre campi?

Tom Keve, fisico ebreo ungherese, si è posto il problema e ne ha indicato la soluzione:  l’umanità dei grandi, i loro scacchi e i loro problemi palesano la strada che consente a chi, genio non è, di comprendere quanto costoro hanno intuito ed elaborato. Perché mai questa triade, di intreccio e di incrocio, per di più in piena Mitteleuropa?


La copertina dell’edizione francese (Triad, Paris, Albin Michel, 2010) introduce suggerendo un interrogativo:  chi mai sono i sei personaggi? Inizia così la prima tappa del grande viaggio che, avanzando nelle cinquecento e più pagine, si rivelerà iniziatico, proprio come lo fu per l’autore:  fisico di professione, naturalizzato in Inghilterra, che attraversò il deserto della depressione ed entrò in analisi. Malgrado la difficoltà organica ed esistenziale, Keve rimase molto percettivo su quanto gli avveniva:  scrutando se stesso, scoprì “le differenti correnti” che lo abitavano e, nel contempo, abitavano il mondo. Ne conseguì la lettura appassionata di Jung e la scoperta dell’amicizia dello psicanalista con il fisico Wolfgang Ernst Pauli, tesi a comprendere loro stessi, ma anche il mondo. La sollecitazione alla sintesi personale ormai era attivata.


L’elemento religioso, nell’ebreo non praticante Keve era assente, tuttavia poté di più la curiosità e la potenza della stirpe:  “È la mia eredità e non ne so nulla”, iniziò allora la ricerca. La triade si compose da sé:  fisica quantistica, psicanalisi e Qabbalà. La sfida era aperta e sferrata.


La stesura nella forma saggio sarebbe potuta apparire solo ovvia ed esigere un rimontare nel tempo cronologicamente, invece il desiderio della forma letteraria, che covava nel suo animo, ebbe la meglio nel solo ritornare indietro. Nella narrazione infatti il gioco è fatto:  si eliminano tutti i limiti che la natura del saggio impone e domina l’arte della suggestione invece della distante dimostrazione.


Triad, pubblicato in Inghilterra a spese dell’autore, pescato da Feltrinelli e poi da Albin Michel, può sembrare, di primo acchito, esoterico o farraginoso, entrando invece nella matassa, il filo conduttore guida ed emerge:  l’autobiografia, in prima persona, di Sándor Ferenczi tiene il filo sullo sfondo della storia della critica della Mitteleuropa e si ritorna agli anni Trenta del Novecento approdando a Londra, New York, Gerusalemme, in compagnia di Sigmund Freud, Carl-Gustav Jung e Ferenczi, Hevesy, Bohr, illustri premi Nobel, Lou Andreas Salomé, assieme ai grandi editori e librai.


Keve, nel corso della accurata documentazione che sostiene la sua opera, scoprì quanto la realtà fosse vicina al suo desiderio scoprendo un movimento contrario in se stesso:  le tessere del puzzle reale entravano perfettamente nel quadro mentale da lui desiderato, Einstein, Bohr, Pauli, la struttura della materia conducono a una teoria che, indubbiamente, portò a reimpostare l’interpretazione del mondo. E possibile quindi fare sintesi fra scienze della natura e quelle dell’anima? Sì, risponde Keve e trova la radice unificante nella Qabbalà che, quantomeno, ha sfiorato la genealogia e l’educazione dei grandi protagonisti, ma anche la sua propria.


Ecco allora balzare dalle pagine l’educazione di una generazione impressa da Chatam Sofer che, quando giunse a Presburg, “era accompagnato solo da un pugno di suoi allievi, giovani magri, pallidi e dallo sguardo intenso”, mentre la yeshivà era minacciata:  sul fronte politico esterno da Napoleone e sul fronte ebraico interno dai riformatori. Pappenheim, potente mercante (e padre di “Anna O”), passeggiava lungo il Danubio con Chatam Sofer, dirigendosi al cimitero ebraico:  la conversazione verteva sui fondamenti razionali o meno della colpevolezza. Il maestro suggerì di iniziare un viaggio iniziatico fondato sulla preghiera, la meditazione, il digiuno e il sogno. Viaggio qabbalistico, perché “la realtà non è razionale”.


Qabbalà e Traumdeutung (“interpretazione dei sogni”), gusto della trasgressione, limiti umani, passioni dei personaggi, immagine del padre, dialoghi, discussioni, dibattiti, si alternano in questa “storia delle idee”, con l’introspezione e l’interpenetrazione dei diversi campi e si giocano assieme a documenti, estratti di lettere, giornali e cibi mitteleuropei, palazzi aviti, ascesi sociali, la teoria della relatività e lo Zohar.


L’opera si propone proprio come il Talmud, nella compresenza di un argomento ben difeso e bene esposto e del suo esatto contrario, ma anche come i grandi dialoghi di Platone, ricco di humour e mille curiosità ora esplicitate, ora lasciate alla ricerca personale del lettore. In una sorta di pilpul contemporaneo non in un misch-masch eterogeneo, trapassato niente di meno che da Abulafia:  “La via qabbalistica consiste nell’amalgamare nell’anima i principi della scienza matematica e naturale, dopo che l’uomo ha dapprima studiato i significati letterali della Torah e della fede, per esercitare così il suo spirito attraverso il mezzo delle dialettiche penetranti e per non credere come un babbeo. Ha bisogno di tutto questo perché è tenuto prigioniero dal mondo della natura”.


“Shlomo” Freud, ormai consapevole della morte vicina, ritorna alla Bibbia di famiglia con la dedica scritta in ebraico dal padre ma muore, sedato dalle tre iniezioni di morfina, con un proverbio francese come guida:  “Il rumore è per il fatuo, la pena è per lo sciocco:  l’uomo onesto tradito se ne va senza pronunciare parola”.


Allora affiora il grande interrogativo:  che resta della cultura, della morale, della civilizzazione, della tradizione? Nulla. Nulla. Tranne la conoscenza.


Fin qui Keve, ma non potrebbe rimanere anche il gusto del grande viaggio iniziatico nel mondo delle idee che giunga non solo al Mosè di Freud ma anche a quello della tradizione rabbinica che, al culmine del suo proprio grande viaggio, muore nel bacio dell’Altissimo?

© L’Osservatore Romano

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