P. Matteo Ricci, missionario della scienza e della fede in Cina

Pubblichiamo articolo ricevuto dal prof. Costantino Sigismondi

Nell’ambito dell’inaugurazione della Mostra dedicata a P. Matteo Ricci nella Cappella Universitaria della Sapienza, la figura del grande gesuita, le sue disavventure, e la sua perseveranza sono state oggetto della esauriente esposizione di padre Giancarlo Pani, che ha fatto notare come fu l’abilità del Ricci nel costruire orologi con “le campane che suonano da sé” a risultare la chiave d’accesso per la città proibita, nonostante anche i sei mesi di prigione inflitti dalle autorità cinesi a causa del crocifisso che egli aveva portato con sé per farne dono all’imperatore Wang Li.

La chiusura millenaria delle frontiere della Cina, come ha ricordato Shang Shang, fu violata solo da due grandi italiani: Marco Polo che ha fatto conoscere la Cina in Europa e Matteo Ricci ed i suoi successori gesuiti, che hanno fatto conoscere l’Europa alla Cina.

Ricci divenne mandarino e prese il nome cinese di Li Ma Dou, studiò a fondo Taoismo, Buddismo e Confucianesimo prendendo spunto da quest’ultima filosofia per instaurare un sincero rapporto di amicizia con gli esponenti del mondo della cultura cinese.
La sua grande abilità nel parlare, leggere e ricordare il cinese favorirono il suo successo, nonostante i circa 25 anni di attesa ai confini.

Anche dopo la sua morte i gesuiti dovettero attendere un anno prima di avere il permesso di seppellire il padre Ricci in terra cinese, il primo straniero della storia.


Ricci ed i suoi successori portarono l’avanguardia dell’astronomia europea in Cina, grazie all’analogia tra il problema della riforma Gregoriana del calendario e quello del riformando calendario cinese, basato, come il computo pasquale, su un ritmo luni-solare. I Gesuiti furono pronti a soddisfare le esigenze dell’imperatore Cam Hy per una riforma affidabile del calendario per la quale l’astronomia cinese non era pronta.


Il problema dei riti cinesi, sollevato da Domenicani e Francescani fu prima affrontato da Paolo V contro i gesuiti, poi temporaneamente risolto, ma alla fine fu determinante la chiusura mentale di Roma nei confronti della messa in cinese e con la soppressione della compagnia di Gesù nel 1774 il cristianesimo, che aveva raggiunto in Cina 150.000 convertiti, unità sparì del tutto, mentre forse oggi gran parte della Cina avrebbe potuto essere cristiana. E naturalmente nulla poté il tardivo ripensamento in questo senso di Papa Pio XI, nel secolo XX.

di Costantino Sigismondi

 

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