La fede come la sto vivendo ora


LA FEDE COME LA STO VIVENDO ORA

di Mihael Georgiev

La fede è un’esperienza comunitaria e non solo personale.

Nella presente testimonianza è invece presentata come se fosse personale

Per me la fede ha due aspetti. Intellettuale e di vita da vivere, cioè in cosa crediamo e come viviamo. Per quanto riguarda in cosa crediamo, la scelta è ampia: tanti dèi quanti filosofi, poi quello Rivelato che sarebbe Uno (o Trino), ma che è compreso in modo diverso dai diversi credenti. Non intendo discutere gli aspetti comunitari della fede, perché in realtà per me la fede è più un rapporto tra l’uomo e Dio che appartenenza ad una particolare comunità. Non è questa la sede per discutere se Dio si considera rappresentato dalle persone che credono in Lui secondo scienza e coscienza ma appartengono a diverse culture, etnie, nazioni, religioni o chiese, oppure solo da quelle che appartengono ad un gruppo particolare ad esclusione di tutti gli altri.

Per quanto riguarda la vita individuale, la fede che si riassume nei rapporti tra l’uomo e Dio e fra l’uomo e il suo prossimo, è codificata nel Decalogo e poi ribadita nei vangeli. È riassunta in soli due comandamenti in Deuteronomio 6:5 e Levitico 19:18, poi citati da Gesù in Matteo 22,37-39 (a proposito di continuità tra i due Patti): «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente; Amerai il tuo prossimo come te stesso».

Pur cresciuto in famiglia e comunità di credenti, per alcuni decenni non sono stato, tranne che nei rapporti grossolani soprattutto di tipo professionale, un gran esempio di buon credente, o comunque così mi sembrava. Ora il mio corpo è devastato dal cancro ma non sto morendo, sono solo gravemente invalidato. Il cancro – parlo da medico – è stato “concimato” da me per decenni con una vita piuttosto dissoluta, con l’aggravante di esserne consapevole – quindi c’è poco da piangere ora. Invece Dio, in cui credo (e in cui ho sempre creduto), mi ha benedetto proprio ora più che mai. Sono più attivo di prima. Libero dallo stress della vita quotidiana e dalla possibilità di usare le parti fisiche del mio corpo – a partire dal camminare o uscire di casa (proprio io, per chi mi conosce) – ora posso usare la mia mente in modo più proficuo, dedicandomi alle cose che – a parole – ho sempre ritenute prioritarie, ma di cui da sano dedicavo solo dei ritagli di tempo.

Nel momento del bisogno non ho avuto a fianco solo il mio Dio, ma anche molte altre persone. Gamma completa di umanità, dai famigliari ai credenti vicini alle mie personali preferenze, ad “altri” credenti, agli atei e ai marxisti. Coloro che sono credenti – senza distinzioni di appartenenza – hanno pregato e pregano per me, e le loro preghiere sono fondamentali. Ma tutti mi hanno aiutato e mi aiutano, anche quelli che non credono nel Dio del Decalogo, ma osservano, per così dire, la seconda parte del Decalogo o il secondo grande comandamento che ho citato sopra. Qualcuno è venuto apposta dall’estero per trovarmi, altri dalle regioni più remote d’Italia. Chi non poteva venire mi telefonava, uno addirittura mi mandava bellissime cartoline che mi hanno aiutato molto e che conservo tutte. Un collega ha lavorato alcuni mesi nel mio studio completamente gratis. Poi c’è chi ha lavorato a fianco a me per un anno intero, aiutandomi nell’attività che ora svolgo, cioè nella scrittura, chi mi ha segnalato o fornito libri, articoli, riferimenti bibliografici, reperito antiche fonti di riviste cattoliche, per non parlare dei tanti altri piccoli – ma per me grandi – regali che ho ricevuto.

Ma c’è di più. Ci sono altri che mi sono stati sempre vicini quando ero sano e mi sono vicini anche ora, ma non vengono e non telefonano, perché si sentono male e non vogliono piangere davanti a me. Poi c’è un’altra persona con la quale ho avuto per diversi anni un contenzioso, non mi salutava e non salutava i miei famigliari, ma quando mi sono ammalato non solo ha iniziato a salutare, ma è stata tra le prime a partecipare alla nostra tragedia e offrire aiuto. Così, grazie alla mia malattia, ho un nuovo amico!

Quando ero sano mi capitava spesso – per libera scelta o per dovere professionale – di visitare persone gravemente malate. In tutti quei casi ero consapevole che, o così credevo, facevo bene alle persone. Non sapevo però quanto bene e comunque sentivo che faceva ancora più bene a me. Immagino che sia così anche con i miei amici che mi stanno vicino ora. Sono sicuro che neanche si rendono conto, perché non possono, di quanto fanno per me e auguro loro di non avere mai la possibilità di capirlo. Lo capisce però benissimo Colui che è l’unico Giudice giusto e non mancherà di ricompensarli.

Il ruolo del medico – uno dei ruoli, quello “classico” – per me è riassunto nella scena dove il “medico” toglie dalla zampa di Pantera rosa un chiodo o corpo estraneo, e la pantera gli si getta al collo per baciarlo: una parabola che spiega in modo efficace come è percepito da chi ha bisogno d’aiuto ogni “piccolo” aiuto. Fin lì credo di essermela cavata bene, professionalmente. Invece ho avuto sempre un senso di disagio e inadeguatezza di fronte al paziente terminale. Il fatto che visitarlo mi sembrava più utile a me che a lui non è paradossale. A me riportava alla realtà e rafforzava la fede. Per lui – tranne i pochi veri credenti che però pensavo non avessero bisogno del mio conforto – mi sentivo inutile. Spesso trovavo in casa di questi malati il parroco. Il fatto mi sollevava, perché supponevo che a confortarli ci avrebbe pensato lui. Don Vincenzo era un uomo di cultura e i fedeli lo consideravano un vero padre. Un giorno andai da lui e gli confessai la mia angoscia. Gli dissi come mi sentivo e che mi confortava la sua presenza vicino al malato, poi gli chiesi come si poneva lui di fronte al paziente terminale, come lo confortava e cosa gli diceva. Mi rispose: “Purtroppo non è facile neanche per noi fare molto. Per accettare la sofferenza e la morte ci vuole tanta fede. I miei parrocchiani sono tutti battezzati, ma pochi hanno fede. Ecco perché anche io e i miei colleghi non affrontiamo il problema, ma ci limitiamo a seguire l’orientamento dei famigliari”.

Un discorso a parte meritano i miei famigliari. Se dopo 25 anni di matrimonio mia moglie non condivide la mia fede, vorrà pure dire che non sono stato un buon esempio (o a lei così è sembrato), oppure no? Per fortuna nessuno mi ha legato al collo la famosa macina da mulino, che forse meritavo pure. Ora, data la situazione di inevitabile sofferenza per i miei famigliari – più grande della mia, perché non sanno dare un senso a questa storia – io sicuramente qualche volta li maltratto (o così a loro sembra), e allora sono diventato davvero un buon esempio? Semmai esempio di cosa può fare la fede per chi c’è l’ha, ma non certo perché io sia diventato un vero esempio o riesca a testimoniare. La cosa è migliorata da quando ho cominciato a pregare il Signore di controllare la mia mente e mettere Lui le parole giuste, come ha promesso.

Nel frattempo, nella battaglia contro il cancro ho perso degli amici. Altri loro malgrado sono stati “arruolati”, perché c’è, per così dire, servizio di leva obbligatoria a sorteggio, nessuno parte volontario per questa guerra. Penso a Marco, vent’anni più piccolo di me, moglie e piccolo bambino, esempio di fede più di me, è venuto – con sofferenza – persino a trovarmi a casa da 100 km di distanza, ora non c’è più. Penso al nipote di uno dei miei migliori amici, più giovane ancora, con figlio più piccolo ancora, anche lui ora non c’è più. Lo zio invece c’è, è ateo, viene tutti i giorni a trovarmi (dal nipote andava spesso lo stesso, ma la distanza lì era di 160 km, non poteva andare tutti i giorni). Penso all’amica ventenne di mia figlia appena arruolata nella battaglia. Penso ad Alessandro, figlio di miei pazienti, morto all’età di 12 anni, che andavo a visitare al Reparto di Oncologia pediatrica del Policlinico Umberto I di Roma. Raccomanderei ad ogni persona di fede di visitare almeno una volta nella vita un simile reparto, magari per portare un regalo per Natale, non lo so.

Ora che il malato sono io, quando penso a molti di quelli che mi stanno vicino mi sento di nuovo a disaggio e inadeguato, ma nei loro confronti, non di fronte alla mia malattia. Molti di loro dicono che sono un esempio di vita e roba simile, ma loro allora cosa sono? Io almeno credo che la vita un senso c’è l’ha. Molti di loro non credono nemmeno questo. Qualche volta, di notte, quando mi sveglio e il pensiero va a loro, ai miei famigliari, ai miei amici senza fede e piango per loro. Di me non ho di cosa piangere, ho solo da ringraziare. Ringraziare il mio Dio, e tutti loro.

 

La mia testimonianza 2

Credevo di aver capito la fede. Invece dopo aver scritto il testo di cui sopra, ho passato i peggiori due mesi e mezzo degli oltre 2 anni di malattia. Ad esempio, dovevo fare delle cose e procedure che da medico sapevo contenere il rischio di non riuscire, per me sarebbe stato terribile. Quindi prima di questi eventi entravo in ansia e agitazione e pregavo “Signore sia la Tua volontà, non la mia”. Ma alla fine tutto andava bene.

Poi all’improvviso mi sono ricordato i versetti in Luca 8, 45 – 47: Gesù disse: “Chi mi ha toccato?”. Tutti negavano. Pietro allora disse: “Maestro, la folla ti stringe da ogni parte e ti schiaccia”. 46Ma Gesù disse: “Qualcuno mi ha toccato. Ho sentito che una forza è uscita da me”. 47Allora la donna, vedendo che non poteva rimanere nascosta, tremante, venne e si gettò ai suoi piedi e dichiarò davanti a tutto il popolo per quale motivo l’aveva toccato e come era stata guarita all’istante. 48Egli le disse: “Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace!”.

Non ci vuole molta fantasia per capire che ti viene dato dal Signore tanto quanto credi. All’improvviso mi sono rasserenato prima delle procedure (che anche prima andavano bene ..). Credo di aver raggiunto una ulteriore e più elevata fase della fede: fede che solo il Signore può donare. E condividere anche questa esperienza con voi.

Mihael Georgiev

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