Da cristiani nei moderni areopaghi

da  L’Osservatore Romano, 4-5 gennaio 2010

Da cristiani nei moderni areopaghi

Riflessioni per l’Anno sacerdotale

di Mario Pangallo

Non è facile trovare un criterio unitario di lettura dell’odierna situazione culturale, vista la diversità di culture, di filosofie, di correnti di pensiero sociale e politico, di costumi. E questa difficoltà potrebbe far nascere l’idea che la cultura sia così pluralistica e frammentata, da rendere impossibile un discorso veritativo universale.

Non si può negare, tuttavia, che le filosofie del XX secolo abbiano avuto un ruolo importante nell’evidenziare i limiti insuperabili e in molti casi anche le contraddizioni delle filosofie ottocentesche, al punto che è ormai invalso l’uso di parlare di “naufragio delle ideologie”. Inoltre, va ascritto a merito di quel secolo l’aver saputo valorizzare le categorie moderne di “soggetto”, di “coscienza”, di “storicità”, all’interno di una sensibilità culturale attenta ai problemi dell’esistenza umana e all’eterno tema della libertà dell’uomo di fronte al male e all’assoluto, liberandosi dai pregiudizi e dai dogmi delle filosofie sistematiche del secolo precedente. Non pochi sono soddisfatti dell’opera di demolizione teoretica operata nel XX secolo nei confronti della “modernità”, e parlano dell’epoca presente come di un’epoca “post-moderna”. Altri, invece, ritengono che siamo ancora nella piena modernità, giunta alle sue logiche conclusioni. Altri ancora, soprattutto in ambito religioso, ritengono che il vuoto d’ideali lasciato dal crollo delle ideologie possa essere colmato dalla ripresa del sentimento religioso e in questo senso vedono nell’epoca presente un’opportunità unica sotto il profilo culturale.

Tutte queste posizioni presentano aspetti di verità. Tuttavia, non bisogna sottovalutare il fatto che, in conseguenza delle illusioni prodotte dalle ideologie immanentiste, si sono creati rilevanti ostacoli culturali nella società odierna, ostacoli che si oppongono a un’efficace evangelizzazione, e che fortemente persistono, nonostante siano tramontati i sistemi teorici che li hanno generati.

Bisogna poi notare che nella stessa cultura teologica, e quindi nella stessa formazione dei preti e degli operatori pastorali, si sono prodotti sia gli effetti positivi sia gli effetti negativi della mentalità secolarizzata moderna. Attuare una “nuova evangelizzazione” significa allora non soltanto evangelizzare la cultura contemporanea, ma anche purificare la cultura cattolica, e quella teologica in modo particolare, da certi equivoci tuttora persistenti, valorizzando adeguatamente gli ambiti di apostolato culturale che la società offre ai cristiani.
Giovanni Paolo II, nell’enciclica Fides et ratio, considera, a modo di esempio, i “pericoli” che si nascondono “in alcune linee di pensiero, oggi particolarmente diffuse”. In primo luogo menziona l'”eclettismo”:  questa forma di pensiero è certamente sempre esistita nella storia della filosofia, ma oggi presenta delle caratteristiche particolari, perché non si tratta d’una scuola filosofica o del modo di procedere di un singolo pensatore, ma di un vago atteggiamento culturale che intende valorizzare diverse idee e suggestioni provenienti da tante filosofie e culture, “senza badare né alla loro coerenza e connessione sistematica né al loro inserimento storico” (Fides et ratio, n. 86).

Oggi l’evangelizzatore deve fare i conti non solo e non tanto con l’ateo o con l’indifferente:  un’epoca di vuoto ideologico non può che far diminuire questo genere di persone, come dimostra la generale ripresa dell’interesse religioso; oggi bisogna piuttosto fare i conti con la confusione d’idee e di orizzonti culturali, a cui indirettamente contribuisce la mondializzazione dell’economia, per cui tutto va bene, tutto è assimilabile a tutto, ogni idea e ogni comportamento è compatibile con altri, perfino con l’esatto opposto, visto che il principio di non contraddizione, almeno nella prassi, sembra essere obliato. Si preferiscono allora espressioni vaghe e imprecise, non compromettenti dal punto di vista teoretico, per esprimere le proprie posizioni, in modo da rendersi graditi a tutti. E il più delle volte non si tratta d’un atteggiamento studiato per convenienza, ma d’una conseguenza della difficoltà sempre più crescente nella cultura odierna a ragionare e ad argomentare. In questo quadro culturale, filosofia e teologia rischiano di ridursi a belle chiacchierate, in cui un termine vale l’altro, purché sia capace di evocare sentimenti buoni e sia in grado di affascinare o d’abbagliare il pubblico, come accadeva nella peggiore sofistica.

Che il pericolo sia reale anche nella nostra teologia lo dimostra la preoccupata affermazione che troviamo nel già citato n. 86 della Fides et ratio:  “Una forma estrema di eclettismo è ravvisabile anche nell’abuso retorico dei termini filosofici a cui a volte qualche teologo si abbandona. Una simile strumentalizzazione non serve alla ricerca della verità e non educa la ragione ad argomentare in maniera seria e scientifica”.

Se si trascurano queste due finalità del pensiero – ricercare la verità ed educare a ragionare con argomentazioni – si giungerà a porre alla base della validità di un sistema filosofico o teologico l’opzione della volontà del singolo o del gruppo, oppure la funzionalità del sistema in ordine al soddisfacimento di bisogni soggettivi. Ma se l’elaborazione teologica è fondata sull’opzione della volontà, allora essa tende a trasformarsi in ideologia religiosa, ovvero in un sistema che non è in grado d’accettare il confronto e di reggere a una critica. Viene meno così tutta l’apologetica, che invece oggi, in un mondo multi-culturale, andrebbe ripresa, appunto “in maniera seria e scientifica”. Conseguentemente la produzione teologica rischia di assecondare sempre più i gusti del momento e le esigenze di fruizione facile e immediata e sempre meno le esigenze d’una formazione culturale e spirituale organica ed approfondita, radicata nei classici del pensiero e della spiritualità cristiana. Si rischia, in sostanza, di cadere nella logica dell’industria culturale.

Non è una questione che riguarda soltanto la teologia accademica:  si tratta di un atteggiamento che coinvolge anche la predicazione e l’apostolato, sebbene in una forma più divulgativa. Pensiamo per esempio all’uso e all’abuso del termine “esperienza” nel linguaggio teologico, omiletico e catechetico:  lo si usa continuamente, talora senza rendersi conto che si tratta di un termine dal significato complesso, che andrebbe usato con cautela ed a ragion veduta. Per non parlare di espressioni come “incontro con Dio” o “esperienza di Dio”, che sono talmente impegnative da lasciare perplessi quando si sentono usare nei contesti più impensati e senza un minimo di cautela e di chiarezza teologico-spirituale.

Non minore perplessità suscita il “biblicismo” di certi teologi e di certi pastori d’anime, come pure di operatori pastorali laici, che da una parte disprezzano la filosofia, dall’altra poi usano, consapevolmente o meno, metodi d’interpretazione della Scrittura legati inscindibilmente a ben precise dottrine filosofiche (cfr. Fides et ratio, n. 55).

Ancor più problematica per le prospettive della “nuova evangelizzazione” è l’eredità lasciata dal XX secolo al terzo millennio di un diffuso “pragmatismo”:  si tratta di un fenomeno culturale che ha le sue radici nella cultura del XIX secolo, ma che soltanto nel Novecento, per complessi fattori storico-culturali, è esploso in modo rilevante. L’enciclica Fides et ratio, definisce il pragmatismo come “l’atteggiamento mentale che è proprio di chi, nel fare le sue scelte, esclude il ricorso a riflessioni teoretiche o a valutazioni fondate su principi etici” (n. 89).

Ora è chiaro che nessuna filosofia seria degli ultimi due secoli risponde a una tale descrizione:  il testo dell’enciclica, infatti, coglie il pragmatismo nei suoi esiti culturali concreti, cioè nel diffuso relativismo epistemologico ed etico che esso ha prodotto. Ma le radici di questo atteggiamento, e dei suoi risvolti utilitaristici, si trovano in una sempre maggiore esaltazione della prassi a scapito della teoresi, che s’è affermata soprattutto a partire dagli inizi dell’Ottocento. Basta passare in rassegna le principali correnti del pensiero moderno per rendersene conto:  il primato della ragion pratica sulla ragion pura nel kantismo; il primato dell’azione sul pensiero speculativo nel romanticismo (dal detto di Goethe:  “In principio era l’Azione” al primato dell’Io pratico sull’Io teoretico secondo Fichte); la filosofia come riflessione sulla prassi rivoluzionaria, dal marxismo al neo-marxismo (la “filosofia della prassi” di Gramsci); il primato della volontà e dell’azione in certe forme di spiritualismo di fine Ottocento e nel modernismo; il pragmatismo americano; il “vitalismo” irrazionalista di Nietzsche e di altri; l’attualismo storicista e idealista; l’utilitarismo neo-liberista.

È necessario precisare che qui non si intende condannare in blocco o mettere insieme, in maniera approssimativa e superficiale, filosofie molto complesse e molto diverse tra di loro, né tantomeno s’intende analizzarne le proposte sistematiche:  l’intento è quello di mostrare che questa singolare convergenza di filosofie così diverse tra di loro nell’affermazione della superiorità della prassi sulla teoresi ha contribuito in modo rilevante a creare una mentalità incline a porsi prima la domanda “a che serve?” della domanda “che cos’è?”, incline, cioè, a ridurre il conoscere al “fare”:  conoscere per agire, agire per usufruire. Si tratta certamente di una semplificazione del problema, ma credo descriva l’atteggiamento generale, indotto da un clima sempre meno propenso alla riflessione razionale teoreticamente strutturata sui problemi e sulle soluzioni adottate. L’umanità trova in tal modo una sua unità, ma a partire dai bisogni più che dai valori.

L’unificazione culturale dell’umanità nel nome dei comuni bisogni di benessere è essenziale per la mondializzazione dell’economia e per le esigenze del mercato, e non è per se stessa una cosa cattiva:  può però diventare un pericolo per la dignità dell’uomo se comporta strutturalmente e in maniera programmata un’unificazione della coscienza su valori “minimali”, fondati su un utilitarismo sociale banale e insensibile al confronto con i problemi e con le esigenze dello spirito.

Se ciò avvenisse, avremmo una massificazione dell’opinione pubblica dietro un apparente pluralismo e un controllo capillare dei movimenti di opinione tramite i mezzi di comunicazione sociale gestiti a seconda dell’utilità.

Una delle conseguenze più rilevanti del diffuso pragmatismo si è prodotta nell’ambito della cultura e dell’istruzione impartita negli studi pre-universitari ai giovani:  problema da non sottovalutare e trascurare in ordine a una “nuova evangelizzazione”. Infatti, una caratteristica dello sviluppo dell’istruzione scolastica è la tendenza a ridimensionare la cultura umanistica e filosofica a vantaggio di altre discipline. Con il rischio d’abituare i giovani a analizzare i problemi e a valutare i messaggi che ricevono in modo superficiale e appiattito sui luoghi comuni dell'”industria culturale”. Basti pensare ai luoghi comuni relativi all'”oscurantismo medievale” o al contrasto tra fede e scienza nel Rinascimento:  concetti non recepiti dalla letteratura specializzata, ma ben presenti nella divulgazione e nell’immaginario collettivo, che finisce inevitabilmente col formarsi idee approssimative, se non sbagliate, delle questioni. Ma quel che è più preoccupante è l’oblio a cui rischia di essere destinata la cultura umanistico-cristiana qualora i giovani venissero un giorno educati nella convinzione che lo studio della storia “praticamente” ha valore solo a partire dall’Ottocento, o che lo studio della filosofia prima di Cartesio, se non prima di Hegel, è “praticamente” inutile.

Si spera che queste prospettive anti-culturali non si realizzino, ma occorre vigilare, sia come educatori sia come cristiani, perché, se è vero che il cristianesimo non s’identifica con nessuna cultura in particolare, è anche vero che per duemila anni il cristianesimo ha generato cultura:  dimenticare questo cammino significa ridurre il cristianesimo a una delle tante offerte religiose presenti nel supermercato dello spirito.

Per i sacerdoti e per gli operatori pastorali sarà sempre più importante evangelizzare coinvolgendo attivamente le strutture culturalmente più rilevanti del Paese in cui si lavora. Se si tratta di un Paese a tradizione cristiana sarebbe davvero fecondo l’apostolato nelle scuole e attraverso le scuole o altri istituti di formazione:  certo, rimane essenziale e primario il riferimento alla parrocchia; ma non bisogna dimenticare che i “lontani” ci sono vicini nella scuola, nel mondo del lavoro, negli istituti di formazione professionale, nelle istituzioni culturali, da quelle più prestigiose a quelle più popolari. Non è un caso che ogni campagna di scristianizzazione abbia sempre colpito il settore educativo, tentando di confinare l’azione pastorale nell’ambito esclusivamente liturgico e devozionale.

Nei Paesi non tradizionalmente cristiani l’evangelizzazione della cultura è ancora più difficile, perché c’è il pericolo che il cristianesimo sia percepito come la religione della cultura dell’Occidente. Lo sforzo d’inculturazione della fede è un compito arduo, su cui la Chiesa negli ultimi anni ha molto riflettuto, stimolata dalla sollecitudine pastorale dei Pontefici.

La situazione culturale odierna è complessa, problematica, include elementi manifestamente incompatibili con il messaggio cristiano:  ma sarebbe superficiale ricavarne un quadro fosco, pessimista. Pur nei suoi aspetti negativi, la cultura offre oggi nuove opportunità alla “nuova evangelizzazione” e alla missione, che nel passato erano impensabili. Ci sono seri pericoli che minacciano la dignità dell’uomo nell’epoca presente:  ma quale epoca è priva d’insidie, d’errori, d’ingiustizie? Evidentemente quanto più s’evolve una situazione culturale tanto più diventa complessa; e perciò s’aprono opportunità favorevoli sempre più grandi per il messaggio cristiano, ma anche, all’opposto, si rendono sempre più sofisticate le strategie ostili al Vangelo. Il cammino dell’evangelizzazione s’è sempre intrecciato con il cammino dell’anti-evangelizzazione, in ogni epoca e in ogni cultura:  al progresso nella diffusione del Vangelo s’oppone da sempre, in modo quasi proporzionale, un progresso nell’opposizione al Vangelo. Pertanto occorre affrontare le difficoltà senza paura di soccombere, con grande fiducia in Dio e con grande carità pastorale, la carità di Cristo, che è amore per i nemici.

La via è quella del dialogo tra l’annuncio della fede e la cultura di un popolo. È la direzione auspicata dall’enciclica Redemptoris missio, in cui i cristiani sono esortati a collocarsi negli “areopaghi” moderni, come san Paolo, al centro della cultura dei popoli, usando linguaggi adatti e comprensibili per la cultura a cui ci si rivolge (cfr. Redemptoris missio n. 37c). Viene citata in questo senso una famosa espressione della Evangelii nuntiandi di Paolo VI:  “La rottura fra il Vangelo e la cultura è senza dubbio il dramma della nostra epoca” (n. 20).

In questo senso un terreno di confronto tra la “nuova evangelizzazione” e i moderni areopaghi è la ragionevolezza e la credibilità del cristianesimo. Certamente chi non ha fede non può capire adeguatamente i misteri del cristianesimo; è importante che il dialogo inizi a partire da argomentazioni non immediatamente teologiche, ma da argomentazioni apologetiche, le quali, pur non avendo valore di dimostrazioni incontrovertibili, possano condurre l’interlocutore verso il riconoscimento delle verità rivelate, perlomeno come proposte ragionevoli e, anche di più, plausibili.

Questo complesso e articolato lavoro d’avvicinamento alla cultura, attraverso l’umiltà e la pazienza d’un dialogo quasi “socratico”, nulla toglie al momento kerygmatico propriamente detto, che va al centro dell’evento cristiano e chiama a conversione il cuore dell’uomo. Si tratta d’un momento propedeutico, grazie al quale la cultura è preparata a ricevere il messaggio evangelico come la verità di Dio e la verità dell’uomo, che ogni grande cultura ricerca dentro di sé. In tal modo veramente il Vangelo non solo rivela Dio all’uomo, ma anche l’uomo all’uomo, portando a ogni cultura il messaggio liberante di Gesù Cristo.

© L’Osservatore Romano

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