Guida sicura tra immanentismo e irrazionalismo

da  L’Osservatore Romano, 1-2 marzo 2010

Guida sicura tra immanentismo e irrazionalismo

L’enciclica «Aeterni Patris» di Leone XIII e il neotomismo

Per il bicentenario della nascita di Vincenzo Gioacchino Pecci la Pontificia Università Lateranense ospita, il 2 marzo, un “Incontro di studio su Leone XIII”. Pubblichiamo il testo di uno degli interventi.

di Mario Pangallo

Prima di diventare Papa, Leone XIII è stato uno dei protagonisti di un movimento rinnovatore della filosofia cristiana iniziato nella prima metà del xix secolo. La compagnia di Gesù, appena ricostituita, l’ordine domenicano e alcuni esponenti del clero secolare e del laicato cattolico, si adoperarono con grande impegno e zelo in Italia e in Europa, per riprendere lo studio di san Tommaso, in un contesto culturale caratterizzato dal razionalismo, dall’empirismo e dall’idealismo; le stesse scuole cattoliche e di formazione dei chierici si servivano di manuali di filosofia ispirati al razionalismo settecentesco o all’eclettismo, non valorizzando, se non in scarsa misura, il patrimonio culturale della patristica e della scolastica. Proprio dagli studi filosofici doveva prendere avvio il movimento rinnovatore neotomista.
Nella seconda metà del xix secolo il movimento fu appoggiato in modo significativo da Pio ix, che desiderava fortemente combattere gli errori del cartesianismo, del tradizionalismo e dell’ontologismo, e per questo incoraggiò e protesse illustri neotomisti come i gesuiti Domenico e Serafino Sordi, Luigi Taparelli d’Azeglio, Carlo Maria Curci, Matteo Liberatore, Giovanni Cornoldi, e altri padri de “La Civiltà Cattolica” e del Collegio romano (oggi Pontificia Università Gregoriana); i domenicani Tommaso Zigliara e Alberto Lepidi; i professori del Seminario romano Pietro Biondi, Francesco Regnani e Ermete Binzecher; gli esponenti della scuola napoletana Gaetano Sanseverino, Nunzio Signoriello, SalvatoreTalamo, e così via.

Molteplici furono i documenti e gli interventi ufficiali di Pio ix, che incontrarono l’entusiasta accoglienza da parte di illustri esponenti della cultura cattolica, tra cui i fratelli Gioacchino e Giuseppe Pecci. Giuseppe Pecci, entrato nella compagnia di Gesù nel 1824, professore di filosofia nel Collegio romano e successivamente nel Seminario di Perugia, fu nominato da Pio ix professore alla Sapienza di Roma, per i suoi meriti negli studi tomistici che egli aveva intrapreso e approfondito su influsso del padre Serafino Sordi, conosciuto a Modena nel 1830. L’altro Pecci, Gioacchino, il futuro Leone XIII, arcivescovo di Perugia dal 1846 e divenuto cardinale nel 1853, imparò ad apprezzare il tomismo al Collegio romano, quando era studente negli anni 1825-1828, ed era rettore magnifico padre Taparelli d’Azeglio, che gli procurò la nomina di ripetitore di filosofia nel Collegio germanico. Lo stesso Pecci, divenuto Papa Leone XIII, volle ricordare, nella prima udienza concessa al Collegio germanico, gli studi fatti nel Collegio romano sotto la guida di padre Taparelli. Già da arcivescovo di Perugia, Papa Pecci aveva fondato nel 1872 un’Accademia Tomistica, avvalendosi della collaborazione del fratello Giuseppe, dei consigli di padre Sordi, del contributo del padre Joseph Kleutgen e del padre Cornoldi; quest’ultimo, che nel 1874 aveva promosso l’Accademia filosofica-medica di san Tommaso, fu chiamato a Roma da Leone XIII per dare impulso alla nuova accademia e al rinnovamento tomistico.

Al momento della sua elezione a Successore di Pietro, nel 1878, Papa Pecci si circondò dei più validi tomisti dell’epoca e, dopo appena un anno e mezzo dall’inizio del pontificato, il 4 agosto 1879, pubblicò l’enciclica Aeterni Patris, che fu seguita da altri importanti documenti, tra cui la lettera Iampridem, indirizzata il 15 ottobre 1879 al cardinale Antonio De Luca, prefetto della Sacra Congregazione degli Studi, nella quale manifestava il proposito di fondare la Pontificia Accademia di san Tommaso; l’accademia fu inaugurata effettivamente l’8 maggio 1880, e ne furono presidenti i cardinali Giuseppe Pecci e Tommaso Zigliara.
Nella preparazione dell’Aeterni Patris Leone XIII aveva un suo preciso concetto di filosofia cristiana, anche se nell’enciclica l’espressione “filosofia cristiana” non compare mai. Il Papa usa esplicitamente questa espressione nella già menzionata lettera Iampridem al cardinale De Luca.
Nell’Aeterni Patris è comunque chiaro che tra filosofia e intellectus fidei l’armonia è perfetta. Afferma il Papa:  “(San Tommaso) distinse accuratamente, come si conviene, la ragione dalla fede; ma stringendo l’una e l’altra in amichevole consorzio, conservò interi i diritti di entrambe e intatta la loro dignità” (86). Nello spirito dell’enciclica leoniana, si può parlare di quattro funzioni della filosofia a servizio della teologia cristiana:  propedeutica, pedagogica, critica e apologetica. La filosofia, infatti, si qualifica come cristiana  principalmente  sotto  quattro aspetti:
in quanto dimostra i praeambula fidei – per esempio l’esistenza di Dio, l’immortalità dell’anima, l’esistenza della legge morale naturale;
in quanto fornisce alla teologia la forma “scientifica”, ovvero le leggi logiche e i sistemi di argomentazione;
in quanto aiuta la teologia ad approfondire il significato delle formulazioni delle verità di fede nel senso della famosa formula agostiniana e anselmiana intellectus quaerens fidem, fides quaerens intellectum;
in quanto difende la fede da eventuali attacchi, di natura filosofica, portati contro di essa – per esempio dallo scetticismo, dal relativismo, dall’edonismo, e così via.

Da parte sua la fede cristiana eleva l’intelletto in cui viene infusa, potenziandone la capacità di penetrare nella natura delle cose; arricchisce anche contenutisticamente la ragione, facendole conoscere verità soprannaturali al di fuori della sua portata; la aiuta a liberarsi da eventuali errori nell’ambito delle verità naturali, secondo l’insegnamento del concilio Vaticano i, citato da Leone XIII:  Fides rationem ab erroribus liberat et tuetur eamque multiplici cognitione instruit (67). Secondo il Papa la fede cristiana nulla toglie alla dignità e all’autonomia della ricerca scientifica e filosofica, ma indica alla ragione la giusta direzione e la giusta meta, lasciando poi alla libera ricerca il compito di trovare le vie più rapide e adeguate per incamminarsi verso di essa e per raggiungerla.
Le caratteristiche della filosofia cristiana secondo Leone XIII sono allora essenzialmente quattro:
è immutabile nelle verità fondamentali, ma si aggiorna continuamente nel dialogo con le diverse culture;
ha una sua fisionomia e identità, storica e teoretica, ma è anche aperta ad approfondire temi nuovi ed accogliere nuovi suggerimenti provenienti da altre correnti di pensiero, secondo la celebre formula dell’Aeterni Patris:  Vetera novis augere et perficere;
ha il compito di unificare il sapere e le stesse scienze, pur nel rispetto dello statuto epistemologico di ognuna; questione oggi più che mai attuale – basti pensare, per esempio, all’ultimo Husserl.

A tal proposito leggiamo nell’enciclica:  “Tutte le discipline umane devono sperare di progredire e attendersi moltissimi aiuti da questo rinnovamento della filosofia che noi ci siamo proposti:  infatti le scienze e le arti liberali hanno sempre tratto dalla filosofia, come da scienza moderatrice di tutte, la saggia norma e il retto modo di procedere, e dalla stessa, come dalla sorgente universale della vita, hanno attinto lo spirito che alimenta” (103).

È generatrice di civiltà, perché tutela la dignità della persona umana e afferma il primato del diritto naturale su ogni ordinamento giuridico positivo; e anche questo è un tema di scottante attualità. Si può dire, in sintesi, che per Leone XIII la filosofia cristiana:  a) “storicamente” è stata iniziata dai Padri e perfezionata soprattutto da san Tommaso per protendersi nei secoli; b) “strutturalmente” è una ricerca di stretto procedimento razionale, svolta in perpetuo accordo con la fede; c) “funzionalmente” eleva il tempio della teologia e nel suo interno si rinvigorisce accettando dati rivelati che sottopone a indagine razionale e si immunizza dagli errori guardando alla stella polare della fede; d) “vitalmente” è in continuo sviluppo, essendo per natura una ricerca progressiva della verità naturale incarnata nelle cose.

Con l’Aeterni Patris Leone XIII può dunque essere considerato uno dei più grandi promotori del movimento di ripresa del tomismo, muovendosi su due versanti:  la denuncia della valanga dei nuovi errori che nei tempi moderni particolarmente si è scagliata contro le basi della fede; l’incoraggiamento a riprendere, con urgenza, la filosofia cristiana.

Per illustrare la ricchezza della filosofia maturata nella tradizione culturale cristiana, l’enciclica ripercorre rapidamente il cammino storico della patristica e della scolastica, seguendo uno schema ripreso dal quarto capitolo dell’enciclica Fides et ratio di Giovanni Paolo ii. È interessante notare la continuità affermata da Leone XIII tra patristica e scolastica:  il che si oppone ad erronee riletture della storia del cristianesimo secondo le quali la scolastica rappresenta una decadenza rispetto alla patristica; il pregiudizio, evidentemente infondato, è purtroppo oggi assai diffuso, e condiziona il modo di proporre il pensiero cristiano nell’insegnamento filosofico e teologico. La maggior parte dell’Aeterni Patris è dedicata a celebrare la grandezza e la perenne novità della filosofia tomista (cfr. Fides et ratio, 43-44); secondo Leone XIII “la via maestra per ritrovare la verità perduta è il ritorno alla filosofia di s. Tommaso”. Questo “ritorno” non ha il significato di pedissequa ripetizione delle dottrine tomistiche – che tuttavia bisognerebbe conoscere in modo approfondito – quanto il significato squisitamente teoretico di “ritorno al fondamento”, ovvero di recupero delle istanze più profonde e autentiche del pensiero metafisico e della filosofia dell’Atto d’essere, in cui si illumina la Verità del mondo e dell’uomo (cfr. Fides et ratio, 83 e 97). I suggerimenti di Leone XIII per una feconda riscoperta del tomismo sono:  1) reinterpretare le grandi questioni della filosofia speculativa e pratica ad mentem Thomae, preoccupandosi di giungere a una corretta comprensione del pensiero del Dottore Angelico; 2) studiare san Tommaso nelle sue fonti.

Circa il primo suggerimento, scrive Leone XIII nell’Aeterni Patris:  “Vivamente vi esortiamo a rimettere in uso la sacra dottrina di san Tommaso e di diffonderla il più ampiamente possibile, a tutela e onore della fede cattolica, per il bene della società, per l’incremento di tutte le scienze. Diciamo la dottrina di san Tommaso; infatti se dai filosofi scolastici qualcosa è insegnato con poca considerazione, se ve n’è qualcun’altra che non si accordi pienamente con gli insegnamenti certi dei tempi più recenti, o se ve n’è qualcuna non meritevole di essere accettata, non intendiamo che sia proposta al nostro tempo perché la segua” (106).

Circa il secondo suggerimento:  “E per non trovarsi ad attingere la dottrina supposta invece di quella genuina, né la corrotta invece della sincera, provvedete che la sapienza di san Tommaso sia scoperta dalle sue stesse fonti, o per lo meno da quei rivi, che usciti dalla stessa fonte, scorrono ancora puri e limpidissimi, secondo il sicuro e concorde giudizio dei dotti. Da quei ruscelli poi, che pur si dicono sgorgati da là, ma di fatto sono cresciuti in acque estranee per niente salutari, procurate di tenere lontani gli animi dei giovani” (108).

Ignorare o, di più, contrastare queste indicazioni, guidati dalla convinzione che non c’è bisogno di un solido riferimento a una ben precisa filosofia dell’essere e dell’uomo come quella di san Tommaso, perché c’è del buono in tante altre filosofie di ispirazione cristiana, comporta il rischio di un insano eclettismo, apertamente rifiutato da Giovanni Paolo ii nella Fides et ratio (86). Altro è valorizzare contributi filosofici oggettivamente arricchenti “il patrimonio filosofico perennemente valido” (cfr. Optatam totius 15), inserendoli in esso in modo armonico, coerente e sistematico, altro è ridurre la filosofia ad un insieme di scuole in ognuna delle quali si può trovare qualcosa di valido, senza alcuna prospettiva teoreticamente stutturata, con grave danno per la formazione filosofica e teologica dei giovani. Considerando l’attuale dilagare del cosiddetto “pensiero debole”, si direbbe che Leone XIII sia stato buon profeta. In modo superficiale, e con pregiudizi soprattutto di matrice storicista o esistenzialista, molti considerano il neotomismo come filosofia datata e tramontata, senza però portare, a giudizio di chi scrive, ragioni veramente valide dal punto di vista speculativo.

Leone XIII sembra essere stato buon profeta anche nell’intravedere la sempre maggiore importanza del dialogo tra la filosofia cristiana e le scienze moderne; egli scrive infatti a tale riguardo:  “Per lo stesso motivo anche le scienze fisiche, che attualmente sono molto in auge e, per le loro numerose e splendide scoperte, suscitano dovunque singolare ammirazione, non solo non subiranno alcun danno dalla restaurata filosofia degli antichi, ma anzi ne trarranno grande vantaggio. Infatti per studiarle con frutto e per approfondirle non basta la sola osservazione dei fatti e la sola considerazione della natura, ma una volta che i fatti siano sicuri è necessario sollevarsi più in alto e darsi da fare con sollecitudine per conoscere la natura delle cose, per investigare le leggi a cui obbediscono e i principi da cui nasce il loro ordine, l’unità nella verità e la mutua affinità nella diversità. È meraviglioso vedere quanta forza e quanta luce possa portare la filosofia scolastica a questo tipo di investigazioni, purché insegnata saggiamente” (104).

Concludendo, penso che il merito dell’Aeterni Patris sia di aver posto un “pensatore essenziale” come san Tommaso al centro dell’attenzione della cultura cattolica, stimolandola a riprendere le grandi questioni teoretiche di fondo, senza disperdersi nelle dispute di scuola e senza limitarsi alla ripetizione dei manuali, che pure hanno la loro utilità.

Per Leone XIII Tommaso, è il “pensatore essenziale” in cui la filosofia cristiana ha trovato la sua massima, anche se non esclusiva, espressione (cfr. Fides et ratio 57-59). Purtroppo l’appello del grande pontefice oggi non sembra compiutamente accolto:  un po’ alla volta la cultura cattolica rischia di tornare nell’eclettismo precedente l’Aeterni Patris; per timore di essere accusati di voler ridurre la filosofia cristiana al solo tomismo, si propongono itinerari di formazione intellettuale privi di una vera e propria linea di pensiero e incapaci di costruire un sapere sistematico, a cui, anzi, si è piuttosto ostili, perché si è convinti che sapere “sistematico” e sapere “problematico” siano totalmente incompatibili. Ora l’insegnamento della migliore scolastica è proprio quello di unire sistematicità e problematicità; in fondo le sistematiche Summae erano un insieme ordinato di quaestiones disputatae. Additando san Tommaso quale “maestro” nella formazione teologica (così il concilio Vaticano ii in Optatam totius 16), la Chiesa non ha inteso imporre un ritorno indietro o un’autorità che coartasse la creatività, ma ha inteso presentare una attuazione incomparabile della creatività del pensiero, la quale, attingendo alle ultime radici dell’essere e dello spirito, è in grado più di qualsiasi altra di riportare la coscienza umana sul suo itinerario essenziale, aperto alla rivelazione divina. E se il pensiero moderno non riesce a uscire dall’immanentismo se non mediante proposte irrazionalistiche o fideistiche, il messaggio di Leone XIII nella Aeterni Patris ha il valore, sempre presente, di un monito e di un incoraggiamento.

© L’Osservatore Romano

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