Il saluto dell’arcivescovo Gianfranco Ravasi

da  L’Osservatore Romano, 29 gennaio 2010


Il saluto dell’arcivescovo Gianfranco Ravasi

All’inizio dell’udienza, l’arcivescovo Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura e del Consiglio di Coordinamento tra Accademie Pontificie, ha rivolto un breve saluto a Benedetto XVI, nel quale ha evidenziato come l’incontro avvenga nella memoria di san Tommaso d’Aquino. Era stato proprio il grande domenicano nella Summa Theologiae a definire lo studio teologico come “un’impronta in noi della scienza divina”.

“Le Accademie Pontificie – ha detto il presule – già attraverso il loro numero settenario, simbolo biblico di perfezione, desiderano esprimere il loro anelito alla ricerca di una pienezza spirituale e intellettuale. L’immagine con cui potrebbero essere raffigurate – ha aggiunto – è quella dell’arcobaleno multicolore così come lo descriveva un sapiente biblico, il Siracide”. “In esso – ha spiegato – le iridescenze sono molteplici e variegate, ma insieme creano armonia. Tre, però, sono le principali fasce di colore che spiccano nell’arco simbolico di queste sette istituzioni pontificie”. Ecco allora che monsignor Ravasi ha presentato al Papa le sette realtà da lui coordinate:  “C’è innanzitutto la teologia, che anima ben quattro Accademie:  da quelle di san Tommaso d’Aquino e di Teologia – quest’ultima sta celebrando proprio in questi giorni il suo quinto Forum Internazionale sul tema della luce, Lumen Christi – alle due che si collegano più specificamente alla mariologia. C’è, poi, l’orizzonte delle Accademie che risalgono alle nostre radici storiche e spirituali attraverso l’archeologia e la memoria dei martiri cristiani delle origini. Infine, ecco l’arte in tutta la ricchezza delle sue forme espressive, esaltata dalla più antica Accademia presente, quella dei Virtuosi al Pantheon”.

Riferendosi nuovamente al Dottore Angelico, l’arcivescovo ha ricordato come “egli confessava che “tra gli impegni a cui si possa dedicare un uomo, nessuno è più perfetto, più sublime, più fruttuoso e più dolce della ricerca della Sapienza”. Ed esortando al rigore dell’analisi, ammoniva che “il sapiente onora l’intelletto perché, tra le realtà umane, è quella a cui Dio riserva l’amore più intenso”. Per questo invocava Dio di “penetrare le tenebre del mio intelletto con un raggio della tua luce, allontanando da me le doppie tenebre in mezzo alle quali sono nato, quelle del peccato e dell’ignoranza””.

Da qui la conclusione di monsignor Ravasi che “per rendere più viva, creativa e feconda questa ricerca della Sapienza, che è frutto di intelligenza, di fede e di amore”, le Accademie attendono la parola del Papa per “ispirare” un nuovo “inizio, guidarne il progresso e coronare la fine”.

© L’Osservatore Romano

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