Il segno e il segnato

da  L’Osservatore Romano, 19 marzo 2010


Il segno e il segnato

Di fronte alla Sindone

Il 19 marzo si svolge a Genova, presso l’Oratorio San Filippo un incontro, coordinato da Sandra Isetta, su “L’uomo della Sindone. Il volto e il corpo di Cristo” a cui partecipano, oltre l’autore dell’articolo che pubblichiamo, Lucetta Scaraffia e Timothy Verdon.

di Giuseppe Ghiberti

Nei giorni fra il 25 e il 28 maggio 1898, durante l’ostensione che doveva ricordare le nozze di Vittorio Emanuele (iii) di Savoia con Elena di Montenegro, l’avvocato Secondo Pia scattò nel duomo del capoluogo piemontese le prime fotografie della Sindone di Torino. Al momento dello sviluppo delle lastre Pia si rese conto che sul negativo fotografico che gli stava davanti l’immagine aveva carattere positivo, mentre sull’originale sindonico e sul positivo fotografico essa aveva carattere negativo. La scoperta suscitò emozione fortissima a cui fece seguito uno slancio di iniziative molteplici e mai più interrotte nel campo della ricerca scientifica. Si fa coincidere con quella data l’origine della “sindonologia”.

Le nuove prospettive di ricerca scientifica provocarono una nuova consapevolezza nel rapporto religioso che lega il credente al lenzuolo sindonico e all’immagine che vi è impressa, accrescendo sia l’entusiasmo sia la problematizzazione circa la possibilità di contemplare in essa i tratti stessi di Gesù. Contemporaneamente iniziarono vivaci discussioni in merito alla cosiddetta “autenticità” del telo, che si riferisce a un doppio problema:  se quel lenzuolo abbia avuto origine all’inizio dell’era cristiana (problema della datazione) e se l’immagine sindonica sia stata prodotta dal contatto fra il lenzuolo e il corpo senza vita di Gesù dopo la sua deposizione dalla croce (problema dell’origine dell’immagine).

Nessun reperto antico riguardante le origini cristiane ha mai suscitato una simile forma di interesse, perché nell’oggetto è presente una realtà di segno unica, che tende ad avvicinarsi in modo singolarissimo alla persona “segnata”.

Il clima nel quale si svolse la discussione e la ricerca, assai acceso fin dall’inizio, ha avuto un’impennata in emotività a partire dal 1988, quando furono effettuate le analisi sulla componente di C14 (un isotopo radioattivo del carbonio) presente nel tessuto sindonico e venne reso noto l’esito dell’indagine, che datava l’origine del telo sindonico fra il 1260 e il 1390 dell’era cristiana. Le tendenze radicalizzanti nella discussione si attestarono su posizioni estreme:  da una parte quanti affermavano che il verdetto era definitivo e perciò era da considerarsi sanzionata l’illegittimità di un rapporto religioso fra il credente e la Sindone; dall’altra quanti affermavano l’inaffidabilità del risultato (sostenendo spesso che era stato raggiunto con procedimenti scorretti), difendendo pertanto l'”autenticità” del reperto sindonico e la legittimità del rapporto religioso con esso.

Si rende anzitutto necessaria una corretta posizione del problema. Esso è acutizzato da un pronunciamento scientifico; ma dove sta precisamente il problema del rapporto tra scienza e fede a riguardo della Sindone? Che cosa può o deve attendere la fede dalla scienza; quali condizioni impone la scienza alla fede? Occorre anzitutto chiarire in quale categoria di realtà religiosa si pone la Sindone:  è immagine con rimando a un fatto? È reliquia della deposizione di Gesù dalla croce e della sua sepoltura? Alla prima domanda sembra doversi dare, senza alcun dubbio, risposta positiva; la riposta alla seconda si pone nella fascia della possibilità. Ancora:  quali conseguenze ha sul rapporto di quella realtà con la fede la risposta alle precedenti domande? Dove si pone il rapporto con la fede? Certamente a livello di veridicità del segno. E comunque, in quale modo essa agisce positivamente in favore del processo della fede?

Dove si pone il piano della significatività? Nell’espressività dell’immagine; o anche nella materialità del rapporto con il corpo di Gesù? Perché il sentimento – il “cuore” – dell’uomo è più reattivo di fronte alla consapevolezza del contatto fisico:  perché è maggiore la densità del ricordo? Occorre tutta quella “densità” per giustificare la proposta “pastorale” di devozione o di culto solenne? Il segno sindonico è più “vero” se il telo ha certamente toccato il corpo di Gesù?
Questa massa di domande richiederà certo analisi pazienti, per giungere a risposte che dovranno essere molto equilibrate. Credo però che sia possibile e necessario acquisire in partenza un punto importante sulla natura del rapporto che nasce tra chi si accosta a questo oggetto e la Sindone stessa. Se si tratta di un non credente, ma dotato di sensibilità umana, nasce un sentimento di pena per l’enorme sofferenza che egli vede “narrata” da quell’immagine misteriosa, assieme a compassione e indignazione:  come è possibile che l’uomo sia così crudele con il suo simile?

Se però è credente si rende conto facilmente della corrispondenza che corre tra il “racconto per immagini” che vede su quel telo e il racconto letterario della passione nei vangeli. Nasce allora un sentimento spontaneo e forte che si porta sulla realtà sindonica e, attraverso a essa, sulla vicenda che in essa è così fortemente significata, al punto che il segno perde totalmente in importanza, per lasciare aperto il cammino al segnato. Attraverso il telo gli viene incontro la persona del Salvatore.
Non è ancora stata posta nessuna domanda, non è ancora iniziata nessuna ricerca scientifica; s’è fatto strada solo un intenso sentimento di natura religiosa, coi caratteri della commozione, della contrizione, dell’implorazione. È il momento prescientifico, che non nasce da nessun pronunciamento contro la scienza, nemmeno dalla teorizzazione di estraneità a essa, ma semplicemente da una forma autonoma di cammino che coinvolge la vita.

© L’Osservatore Romano

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