L’infinito vivo di Pavel Florenskij

da  L’Osservatore Romano, 11 febbraio 2010

 

L’infinito vivo di Pavel Florenskij

Una voce nel confronto tra fede e scienza

di Marco Tibaldi

Una delle fratture più tragiche che si sono consumate lungo la modernità è quella tra fede e scienza. Nonostante tra i protagonisti di questa stagione della civiltà occidentale ci siano eminenti figure di credenti, ciò che è prevalso è il senso di reciproca estraneità, se non di vera e propria lotta e contrapposizione. Tra i portati della sensibilità postmoderna si registra un progressivo processo di riavvicinamento, cui ha contribuito non poco l’attività degli ultimi Pontefici. Cessate le polemiche, ricompresi i confini e gli ambiti propri ai diversi campi del sapere si assiste al tentativo di riprendere un dialogo che necessita come di un nuovo alfabeto.

Tra i protagonisti di questa nuova stagione occorre annoverare una delle figure più significative del secolo scorso, Pavel Aleksandrovic Florenskij, la cui poliedrica opera comincia solo ora a essere apprezzata in pieno e conosciuta per quello che vale. Finora, infatti, si tendeva ad associare, con pieno fondamento, al nome del martire ortodosso prevalentemente la sua attività teologica e filosofica. Lo si conosce meno come protagonista delle scienze e soprattutto come interprete del significato che queste, matematica in testa, assolvono all’interno della Rivelazione.

È proprio dalla sua genialità in campo matematico che vengono le sollecitazioni più interessanti per offrire una lettura sapienziale della scienza, che ha nella matematica la sua grammatica generativa, e per poter intavolare dall’interno un dialogo con la teologia. Se ne possono avere utili riscontri, ad esempio, nel volume Pavel A. Florenskij. Il simbolo e la forma. Scritti di filosofia della scienza (a cura di Natalino Valentini e Alexander Gorelov, Torino, Bollati Boringhieri, 2007).

Come ricorda un eminente discepolo di Florenskij, Alexei Fëderovic Losev (1893-1988), la matematica si occupa dell’infinito, “è farcita di teorie sull’infinito, ma non dice una parola oltre i confini delle sue sfere, non parla di filosofia. In Florenskij abbiamo un approccio globale. Per lui l’infinito non è un concetto né ideale, né materiale, ma è vivo e per questo motivo viene percepito in maniera sensibile. Questa scoperta è una scoperta enorme alla quale però nella maggior parte dei casi la nostra scienza non è ancora arrivata”. A ragione Valentini, commentando l’affermazione nel libro citato, precisa come per Florenskij la matematica non sia una disciplina tecnica in grado di fornire una comprensione del mondo, ma vera e propria filosofia. Nel suo studio sui Numeri pitagorici Florenskij percepisce la portata rivoluzionaria dei cambiamenti che sta vivendo la scienza nel passaggio al ventesimo secolo. Egli sulla scia del suo maestro, il matematico Nikolaj Vasilievic Bugaev, giunge a elaborare una teoria matematica basata sul riconoscimento del principio di discontinuità e quello a esso collegato di forma.
Come ricorda Valentini “sulla base di queste intuizioni, rafforzate soprattutto dal confronto con le teorie di Cantor, egli adotta un rinnovato discernimento critico della realtà, sviluppando una sua teoria dello spazio e della prospettiva, ma anche una diversa relazione tra discontinuo e intero, finito e infinito”.

Una delle persuasioni comuni che si sono affermate a partire dal Rinascimento fino a oggi, è che il mondo sia dominato da una sorta di legge della continuità, che alimenta una visione globale puramente analitica secondo la quale ogni accadimento è governato da leggi altrettanto analitiche. L’evoluzionismo e il darwinismo sono stati il principale motore di diffusione di questa visione.

Al contrario, proprio su base matematica, Florenskij elabora una teoria che assume il principio di discontinuità come criterio di discernimento del reale. Questa assunzione rende possibile riabilitare anche il concetto di forma che implica la salvaguardia e la riscoperta dell’individuale, dell’unico, del “singolare” a fronte della sopravvalutazione dell’indifferenziato, tipico della mentalità che assume il continuo come unica visione della realtà.
Da ciò deriva un’altra importante conseguenza così riassunta da Valentini:  “L’argomentazione florenskiana mostra come, accanto all’oggettività incondizionata riguardante la verità, vi sia l’esigenza di una completezza che rinunci all’univocità, in grado di correlare l’intuizione con la consequenzialità dei sistemi di pensiero formalizzati, l’infinità attuale con quella puramente potenziale”.

Non si tratta, allora, solo di aver anticipato alcuni dei risultati più importanti della teoria matematica contemporanea, come ad esempio la troviamo nell’opera di Kurt Gödel – per il quale non esiste nessun sistema assiomatico completo – ma di essere riuscito tramite la mediazione della matematica e della fisica a raggiungere quei “due postulati filosofici che sostanziano la sua concezione della razionalità:  il principio di discontinuità del reale e la struttura antinomica della verità”.

Oltre alle ricadute di natura epistemologica interne alla scienza ciò consente di definire un impianto filosofico compatibile con le due dimensioni fondamentali della Rivelazione:  il rendere ragione dell’unicità e dell’armonia del piano divino dispiegato da un lato nella giustizia della creazione e dall’altro nello sviluppo paradossale della storia della salvezza che ha al suo vertice lo scandalo della croce.

© L’Osservatore Romano

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