Quella strana sordità

da  L’Osservatore Romano – 12 dicembre 2009

Quella strana sordità

A Roma il convegno «Dio oggi:  con lui o senza di lui cambia tutto»

di Silvia Guidi

Colline come elefanti bianchi; forse per raccontare la prima giornata del convegno del Progetto culturale della Conferenza episcopale italiana (Cei) in corso a Roma “Dio oggi. Con Lui o senza di Lui tutto cambia” – e in particolare la tavola rotonda su Dio, la vita e la vita umana – conviene iniziare dalla fine, dall’ultimo intervento in programma, quello del cardinale Carlo Caffarra. Al termine della sua relazione, l’arcivescovo di Bologna ha citato il breve e bellissimo racconto di Ernest Hemingway – Colline come elefanti bianchi, appunto – in cui lo scrittore americano riporta con la delicatezza e la forza della grande arte un dialogo tra due fidanzati, seduti al bar di una piccola stazione ferroviaria in un paesino tra Barcellona e Madrid. Parlano del paesaggio, decidono cosa ordinare, aspettano l’arrivo del treno; sembrano chiacchierare di una questione che li riguarda direttamente, ma senza troppa importanza. In realtà, dopo le prime battute, chi legge capisce che stanno decidendo se far nascere o meno il loro bambino; si parla di un'”operazione che non è neanche un’operazione”, l’unico modo per far tornare “tutto come prima”.
Gli elefanti bianchi in Thailandia erano un dono regale, simbolo di maestà e bellezza; Jig, la ragazza, li vede nel profilo delle colline sbiancate dal sole nella valle dell’Ebro, mentre il fidanzato, di cui non sappiamo il nome – viene chiamato semplicemente “l’americano” – non riesce a vedere neanche la sagoma del treno che arriva.
Nel testo non ci sono mai giudizi espliciti, ma dalle frasi secche e nervose del dialogo emerge comunque il dramma della miopia ontologica dell’uomo, della sua “mancanza di visione”, per usare il celebre verso di Giovanni Paolo II sulla paresi conoscitiva (e affettiva) dell’uomo contemporaneo.
Jig e il fidanzato sono seduti uno di fronte all’altra ma non potrebbero essere più lontani; lui è abituato a coprire di sentimentalismo la sua mancanza di sincerità (“mi basti tu, non ho bisogno di nessun altro”); lei è stufa della superficialità distratta della loro vita (“guardiamo delle cose e assaggiamo nuove bibite”) ma ha paura di perderlo. A fine dialogo, il senso di nausea per la generica gentilezza di lui diventa insopportabile:  “Adesso grido”.
Ma non è il caso di fare scenate; il treno sta per arrivare e la scelta più facile resta nascondere disagio e dolore dietro la solita frase di circostanza:  “Mi sento bene. Non ho niente. Mi sento bene” sorride Jig.
Il tema centrale della conversazione tra Carlo Caffarra, Aldo Schiavone, Enrico Berti e Giuliano Ferrara all’Auditorium di via della Conciliazione è stato proprio questo:  la strana sordità morale della nostra epoca di fronte al diritto alla vita (l’unico diritto conditio sine qua non per poter accedere a tutti gli altri) ma soprattutto di fronte a se stessi, alla propria umanità, al proprio umanissimo bisogno di significato, di compimento, di amore vero e senza termine (“una felicità a termine non può essere una vera felicità” ha chiosato Caffarra).
Un bisogno reso ancora più acuto dalla crescita vertiginosa del pensiero scientifico contemporaneo e dalle risorse tecniche a disposizione dalla seconda metà dello scorso secolo in poi secondo Aldo Schiavone, direttore dell’Istituto italiano di Scienze umane; a differenza di quello che si pensa di solito, liquidando frettolosamente ogni dialogo virtuale come una pericolosa distrazione dalla vita reale, “il carattere astratto e non materialista della vita tecnologica ci proietta di continuo sull’ignoto” reclamando limiti, paletti concettuali, giudizi chiari e argomentati, punti di riferimento capaci di orientare la navigazione in territori ricchi di potenzialità imprevedibili, ma anche di “enormi abissi di diseguaglianza”. A questo proposito, Berti, che pure ammette di essere credente, considera fuorviante parlare di “sacralità” della vita, fatto salvo il valore della vita stessa; il diritto all’esistenza è un valore talmente fondamentale che la sua difesa non può dipendere da una fede religiosa, è più giuridicamente opportuno limitarsi a uno strumento condiviso da tutti come la ragione, utsi Deus non daretur, per parafrasare Ugo Grozio.
Sul tema della vita, Berti, uno dei maggiori studiosi di Aristotele, applica uno dei sillogismi pratici tanto cari allo Stagirita:  “Il mio intervento potrà sembrare ingenuo, ma per me chi ha il Dna di un essere umano è un essere umano”. Un’evidenza che non è affatto recepita come tale in un mondo che scambia il Bene con il benessere, il fitness con la felicità, e dove “la vera questione è soltanto con quale menzogna si possa vivere meglio” per citare l’impietosa ironia di Robert Spaemann, che ha concluso la sua relazione al convegno della Cei con una battuta:  “È nota la storiella della scritta sul muro:  “Dio è morto, firmato Nietzsche”, sotto la quale qualcuno aveva scritto “Nietzsche è morto, firmato Dio””.

© L’Osservatore Romano

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