Perché vale ancora la pena di ascoltare Anselmo

da L’Osservatore Romano, 25 settembre 2009

Perché vale ancora la pena di ascoltare Anselmo

Attualità del Dottore magnifico

di Piergiorgio Thiébat,
Presidente dell’Académie Saint Anselme di Aosta

Sant’Anselmo, con le sue opere e con la sua vita, può dire qualcosa all’uomo di oggi, specie a quello delle società occidentali, chiuso nell’orizzonte materialistico terreno, continuamente preso dai più diversi impegni, bombardato da messaggi contrastanti, geloso dei suoi diritti individuali, ma pronto a pretendere che i suoi personali problemi gli siano risolti dagli altri e dalla società ?

La risposta è senz’altro positiva. Anselmo ha in effetti molto da insegnarci, a cominciare dalla continua, personale ricerca del vero e del giusto. Ricerca che lo ha portato al Bec alla scuola di Lanfranco, ne ha improntato l’attività di educatore e ne ha guidato l’azione sia come superiore, priore e poi abate, al Bec sia come primate d’Inghilterra sulla cattedra episcopale di Canterbury.

Verità e giustizia sono colte dalla coscienza, per essenza capace di sottrarsi ad ogni condizionamento. Per Anselmo nella coscienza emerge la volontà di Dio, viene colta la verità ed ha origine l’atto libero. Il richiamo di Anselmo ad ascoltare nella sua purezza la voce della coscienza ha un fondamento teologico, ma può valere anche per il non credente che veda nella coscienza morale il segno più alto della grandezza dell’uomo. La coscienza richiede di essere formata e rispettata. Da qui la fortissima attenzione che Anselmo ci chiede di porre ai processi educativi ed alle relazioni interpersonali, oggi più che mai deturpate dagli egoismi e dalle falsità interessate.

Ma la più forte opposizione tra l’insegnamento morale anselmiano e l’odierna mentalità corrente si riscontra nella concezione della libertà. Oggi quasi tutti pensano che la libertà sia la capacità di scegliere tra il bene ed il male facendo ora l’uno ora l’altro. Anselmo ci dice invece che la vera libertà è la capacità di scegliere sempre il bene. Chi agisce così sembra, all’uomo di oggi, incapace di scegliere l’altra via, mentre invece è uno che sa operare sempre la scelta giusta. Quest’ultima implica naturalmente la conoscenza del bene attraverso il retto uso della ragione e richiede l’assunzione di responsabilità unita alla coerenza dell’azione, comportamenti che Anselmo ha sempre mantenuto sia da monaco sia da arcivescovo. Egli infatti considera i valori morali come i supremi valori a cui tutto deve essere subordinato.

L’esistenza di valori morali che stanno al di sopra dei fatti e delle realtà materiali è in Anselmo correlata alla concezione cristiana di un universo ultraterreno, ma può e deve essere condivisa anche dal non credente che kantianamente veda nella morale “un fatto della ragione”. Il cristiano poi troverà in Anselmo conferma e sostegno alla propria convinzione del fecondo rapporto tra la fede e la ragione. Vi troverà in particolare le ragioni per opporsi al dilagante relativismo, per sostenere la razionalità della struttura del reale e per fondare una corretta gerarchia di valori all’interno di un ordine morale da garantire.

© L’Osservatore Romano

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