Se il codice morale è frutto dell’evoluzione

da Avvenire, 24 luglio 2009


Se il codice morale è frutto dell’evoluzione

A proposito di una sgarbata polemica contro Facchini

di Francesco D’Agostino

Presi individual­mente, Orlando Franceschelli e Telmo Pievani sono gentili e garbate persone, ben capaci di partecipare a un dibattito, anche vivace, con chi non la pensa come loro, senza insultare l’interlocutore.
Quando invece si uniscono, per scrivere un articolo a quattro mani, si trasformano completamente. Il saggio che hanno scritto contro Fiorenzo Facchini e in particolare contro due articoli da lui pubblicati su Avvenire e Osservatore Romano (‘Darwinismo ecclesiastico’, MicroMega 4/2009) contiene più improperi che argomenti. Facchini sarebbe un «integralista» che si dilunga in un elenco di banalità, accumula reticenze, fa associazioni ridicole (se non in malafede), aggira ipocritamente le sfide del pensiero moderno, produce inganni retorici, è incapace di riconoscere e rispettare l’odierno pluralismo delle visioni del mondo, inverte subdolamente i termini delle questioni, si esibisce in parodie denigratorie e in criminalizzazioni etico-politiche dei suoi avversari, per squalificarli moralmente. Come se non bastasse, Facchini, che (avvertono Franceschelli e Pievani per chi non lo sapesse) è un «monsignore», quindi un «esponente della gerarchia», sembra che nulla abbia assimilato dell’esortazione di San Pietro, quando suggerisce l’uso di «dolcezza e rispetto» a chi è chiamato a rispondere della speranza che è in lui.
Sentendomi del tutto dalla parte di Facchini, non posso che riferire le espressioni di Franceschelli e Pievani come dirette obiettivamente anche a me. Ma naturalmente questo non ha alcuna importanza. Ciò che è importante è la sostanza stessa della disputa. Conosco abbastanza di storia della filosofia per sapere che la controversia tra ‘naturalismo’ (o ‘materialismo’) e ‘idealismo’ (o ‘spiritualismo’) è vecchia quanto il mondo e che è destinata, come tutte le controversie filosofiche, a restare aperta fino alla fine del mondo. Più interessante, invece, è un altro aspetto della questione.
Franceschelli e Pievani sostengono che non c’è alcun bisogno di far riferimento al sovrannaturale o a Dio stesso per dare un fondamento alla libertà e alla responsabilità e per giustificare l’impegno per la dignità e il progresso umano.
Le conoscenze evoluzionistiche del 2009 (ben diverse da quelle ottocentesche) ci spiegherebbero che reciprocità, altruismo e perfino un senso embrionale di giustizia sono presenti in specie diverse da quella umana e che non c’è alcun bisogno di salti ontologici per spiegarne la genesi. Non si tratta, essi scrivono, di voler trovare il singolo gene del singolo comportamento morale o di arrivare all’accettazione di un «biologismo esasperato» o di un «riduzionismo genetico», ma semplicemente di riconoscere che il codice morale di cui l’uomo va tanto fiero, al punto da radicare in esso la sua dignità, sarebbe un prodotto dell’evoluzione naturale.
Peccato che la vulgata darwiniana e neodarwiniana dica esattamente l’opposto: in un paginone del Corriere della Sera del 20 luglio, Umberto Veronesi, scrive che se «il gene della bontà non è stato ancora scoperto» ciò non di meno «il senso del bene e dell’altruismo è iscritto nei nostri geni». Il problema, naturalmente, non è se Veronesi sia o no un’autorità in materia, ma se la tesi che noi si sia «predestinati alla bontà dai nostri geni» abbia o no consistenza. Se infatti essa fosse assolutamente sostenibile, dovremmo concludere o che tutti gli uomini sono buoni e che la «malvagità» non esiste (ipotesi un po’ difficile a condividere) o che, poiché accanto ad uomini buoni esistono uomini «malvagi», questi ultimi, anziché essere chiamati a rispondere, moralmente e socialmente, della loro «malvagità», debbano semplicemente essere considerati come il prodotto, statisticamente marginale, di variabili casuali (ma perché non dire «impazzite»?) dell’evoluzione.
Si può costruire una vita sociale su queste premesse? Forse sì, ma solo alla condizione di eliminare i «malvagi» dalla vita sociale, dopo aver delegato a qualcuno (agli scienziati?) la legittimazione a identificarli. Il che corrisponde al modello auspicato, con indubbia coerenza, da tutte le teorie eugenetiche, in quanto radicalmente «naturalistiche». Come possono riuscire Franceschelli e Pievani a evitare di ritrovarsi in così cattiva compagnia?

Leave a Reply