Vivere più a lungo ? può essere una questione di fede, oltre che di scienza e stili di vita

preghieraLa durata della vita di una persona è soggetta a molte variabili, principalmente determinate da cause genetiche, e da cause epigenetiche come ad esempio l’ambiente in cui si vive, l’alimentazione, l’inquinamento, lo stress. Ma come dimostrerebbe un recente studio della Harvard School of Public Health, anche la propria fede, soprattutto per le donne, avrebbe un paese importante per le proprie aspettative di vita.

Le ragioni non sarebbero miracolose, ma afferirebbero comunque ad ambiti verificabili dalla scienza, perché sarebbero principalmente di tipo psicologico, oltre che legate a scelte di vita salutari. Pubblicata sul Journal of the American Medical Association: Internal Medicine, la ricerca mostrerebbe in particolare che le donne che vanno regolarmente in Chiesa vivrebbero più a lungo, e che chi va in Chiesa regolarmente una volta a settimana, avrebbe il 25 per cento di probabilità in meno di morire in giovane età.

I ricercatori hanno studiato un gruppo di infermiere di fede prevalentemente cristiana, su un periodo di 16 anni. Dai dati raccolti, ad una maggior frequenza nella pratica religiosa si affiancherebbe una maggior riduzione dei rischi di patologie gravi o mortali: ad esempio per le infermiere con una pratica religiosa regolare e superiore ad una volta a settimana, le probabilità di non morire sarebbero del 33 per cento superiori rispetto alle loro colleghe con situazioni psicofisiche e storie cliniche paragonabili.

Altro elemento importante, come accennato, sarebbe la tendenza, nelle persone che una regolare pratica religiosa, a stili di vita più sani: dal punto di vista ad esempio dell’alimentazione; oppure della non abitudine al fumo, che registra un meno 24 per cento circa tra le persone più credenti e praticanti. Importante anche un atteggiamento psicosociale più positivo, che vede le praticanti dare e ricevere un maggior sostegno sociale, superiore del 24 per cento circa rispetto ad altre loro colleghe infermiere, e complessivamente un atteggiamento di maggior ottimismo, superiore del 9 per cento per le praticanti.

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