Perché “diseguaglianza e sfruttamento non sono una fatalità”

papa francescoPapa Francesco giovedì scorso nel suo messaggio ai partecipanti ad un incontro promosso dalla Pontificia accademia delle scienze sociali, è tornato a parlare della possibilità e necessità morale di combattere contro ogni forma di ingiustizia sociale. E ha parlato di quelle che considera “due cause specifiche che alimentano l’esclusione”, e creano quelle che lui giustamente definisce come “periferie esistenziali”, in cui le persone finiscono per trovarsi ai margini delle società in cui vivono.

La prima causa, spiega il Santo Padre, “è l’aumento endemico e sistemico delle diseguaglianze e dello sfruttamento del pianeta, che è maggiore rispetto all’aumento del reddito e della ricchezza”. La seconda invece, come ha avuto modo di ricordare più volte con forza, è “il lavoro non degno della persona umana”. Ma non dobbiamo rassegnarci a queste disparità economiche e sociali, quasi fossero inevitabili.

Perché “la diseguaglianza e lo sfruttamento non sono una fatalità e neppure una costante storica”, legata alle congiunture del periodo in cui viviamo: “Dipendono – spiega il Pontefice – oltre che dai diversi comportamenti individuali, anche dalle regole economiche che una società decide di darsi”. Regole che possono e devono essere cambiate, per Papa Francesco,  che nel suo discorso fa riferimenti “alla produzione dell’energia, al mercato del lavoro, al sistema bancario, al welfare, al sistema fiscale, al comparto scolastico”.

Tutti ambiti di attività sociale che concorrono a creare e indirizzare il sistema economico di un paese: “A seconda di come questi settori vengono progettati – spiega infatti il Santo Padre – si hanno conseguenze diverse sul modo in cui reddito e ricchezza si ripartiscono tra quanti hanno concorso a produrli”. Così ad esempio nelle società come quelle odierne, che hanno “come fine il profitto, la democrazia tende a diventare una plutocrazia in cui crescono le diseguaglianze e anche lo sfruttamento del pianeta”.

“L’altra causa di esclusione – che avevamo accennato – è il lavoro non degno della persona umana”, quanto a condizioni di lavoro, che deve garantire dignità e sicurezza, e alla retribuzione, che deve essere giusta, e tale da consentire al lavoratore alla sua famiglia di vivere dignitosamente. Il Santo Padre fa riferimento “all’epoca della Rerum novarum”, pubblicata nel 1891, in un periodo storico in cui “si reclamava la «giusta mercede all’operaio»”.

A più di 125 anni di distanza, spiega il pontefice, “oltre a questa sacrosanta esigenza, ci chiediamo anche perché non si è ancora riusciti a tradurre in pratica quanto è scritto nella Costituzione Gaudium et spes: «Occorre adattare tutto il processo produttivo alle esigenze della persona e alle sue forme di vita», numero 67, e – possiamo aggiungere con l’Enciclica Laudato si’ – nel rispetto del creato, nostra casa comune”.

Per creare questo nuovo modo di concepire il lavoro, abbiamo “bisogno, soprattutto in questo tempo, di persone aperte e intraprendenti, di relazioni fraterne, di ricerca e investimenti nello sviluppo di energia pulita per risolvere le sfide del cambiamento climatico. Ciò è oggi concretamente possibile”. Per arrivare a questi obiettivi, è però necessario “svincolarsi dalle pressioni delle lobbies pubbliche e private che difendono interessi settoriali”, e allo stesso tempo “superare le forme di pigrizia spirituale”.

Indirizzando realmente “l’azione politica [..] al servizio della persona umana, del bene comune e del rispetto della natura”. E lavorando “con coraggio per andare oltre il modello di ordine sociale oggi prevalente, trasformandolo dall’interno. Dobbiamo chiedere al mercato – spiega il Santo Padre – non solo di essere efficiente nella produzione di ricchezza e nell’assicurare una crescita sostenibile, ma anche di porsi al servizio dello sviluppo umano integrale”.

Perché “non possiamo sacrificare sull’altare dell’efficienza” economica, “valori fondamentali come la democrazia, la giustizia, la libertà, la famiglia, il creato”. Efficenza che per Papa Francesco è l’idolo moderno, “il vitello d’oro dei nostri tempi”, Dobbiamo invece “mirare a civilizzare il mercato, nella prospettiva di un’etica amica dell’uomo e del suo ambiente”.

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