Ci salverà la fede in Dio e nella Chiesa, non il materialismo, nè la scienza

Questo uno dei messaggi della Lettera Placuit Deo della Congregazione per la Dottrina della Fede ai Vescovi della Chiesa cattolica su alcuni aspetti della salvezza cristiana. Firmata, con approvazione di Papa Francesco, dal prefetto della Congregazione arcivescovo Luis F. Ladaria, e dal segretario, arcivescovo Giacomo Morandi, la lettera è un monito contro la tentazione dei credenti di rifugiarsi in una sorta di neopelagianesimo e di agnosticismo, pensando di non aver bisogno di Dio e di potersi salvare attraverso la propria razionalità, o tramite la scienza e le tecnologie. O demandando ai beni materiali l’illusoria soluzione del senso e dei problemi dell’esistenza.

La lettera ammonisce partendo da un passaggio della Lettera agli Efesini: «Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelare se stesso e far conoscere il mistero della sua volontà» Ef 1,9. E riprende gli insegnamenti “della grande tradizione della fede e con particolare riferimento all’insegnamento di Papa Francesco, alcuni aspetti della salvezza cristiana che possono essere oggi difficili da comprendere a causa delle recenti trasformazioni culturali”. Con la consapevolezza che nella società moderna è difficile sfuggire alla tentazione di autosufficienza, di non necessità della fede e di Dio per salvarsi. “Da una parte” come spiega Papa Francesco nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium, appare quindi “l’individualismo centrato sul soggetto autonomo”, che vede “l’uomo come essere la cui realizzazione dipende dalle sole sue forze”.

La lettera spiega che a causa di “questa visione, la figura di Cristo corrisponde più ad un modello che ispira azioni generose, con le sue parole e i suoi gesti, che non a Colui che trasforma la condizione umana, incorporandoci in una nuova esistenza riconciliata con il Padre e tra noi mediante lo Spirito – cf. 2 Cor 5,19; Ef 2,18”. Da un’altra parte si ha invece una errata “visione di una salvezza meramente interiore, la quale suscita magari una forte convinzione personale, oppure un intenso sentimento, di essere uniti a Dio, ma senza assumere, guarire e rinnovare le nostre relazioni con gli altri e con il mondo creato”.

Questa visione dell’uomo e del suo rapporto con Dio rende difficile capire la ragione e il significato di Dio che diventa uomo, condividendo con noi storia e sofferenze, per poterci salvare. Sono, queste, due deviazioni, due tendenze spirituali a rischio di eresia, come ha spiegato più volte Papa Francesco  nel proprio Magistero. Paragonandole, da alcuni punti di vista, a “due antiche eresie, il pelagianesimo e lo gnosticismo”. Questioni di cui ha parlato ad esempio nella propria Lettera enciclica Lumen fidei del 29 giugno 2013; nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium del 2013; o nel Discorso ai rappresentanti del V Convegno nazionale della Chiesa italiana, a Firenze, il 10 novembre del 2015.

La lettera continua spiegano che “nei nostri tempi prolifera un neopelagianesimo per cui l’individuo, radicalmente autonomo, pretende di salvare sé stesso, senza riconoscere che egli dipende, nel più profondo del suo essere, da Dio e dagli altri”. Questa prospettiva conduce ad affidarsi, per la propria salvezza, “alle forze del singolo, oppure a delle strutture puramente umane, incapaci di accogliere la novità dello Spirito di Dio”. Mentre una forma di “neognosticismo, dal canto suo, presenta una salvezza meramente interiore, rinchiusa nel soggettivismo”. Salvezza che, come spiega il Santo Padre nella Lumen Fidei, consisterebbe nell’elevarsi «con l’intelletto al di là della carne di Gesù verso i misteri della divinità ignota».

In questo modo si distorce la nostra visione dell’uomo e di tutto l’universo creato, pretendendo – qui il richiamo è al Discorso del Pontefice ai partecipanti al pellegrinaggio della diocesi di Brescia del 22 giugno 2013 – “di liberare la persona dal corpo e dal cosmo materiale, nei quali non si scoprono più le tracce della mano provvidente del Creatore, ma si vede solo una realtà priva di senso, aliena dall’identità ultima della persona, e manipolabile secondo gli interessi dell’uomo”. Certamente, spiega il testo della Placuit Deo, quello con le  le eresie pelagiana e gnostica è solo un paragone, che vuole “solo evocare dei tratti generali comuni, senza entrare in giudizi sull’esatta natura degli antichi errori”.

La odierna società secolarizzata è infatti molto differente, culturalmente e socialmente, dal contesto storico “dei primi secoli cristiani, in cui queste eresie sono nate”. Allo stesso tempo, nonostante una distanza temporale superiore al millennio “lo gnosticismo e il pelagianesimo rappresentano pericoli perenni di fraintendimento della fede biblica”, per cui certamente possiamo “trovare una certa familiarità con i movimenti odierni appena descritti”. Entrambe le dottrine infatti negano e deformano “la confessione di fede in Cristo, Salvatore unico e universale. Come potrebbe Cristo mediare l’Alleanza dell’intera famiglia umana, se l’uomo fosse un individuo isolato, il quale si autorealizza con le sole sue forze, come propone il neopelagianesimo”?

Non arriveremmo alla salvezza tramite Gesù che si è reso Uomo – spiega la Lettera – tramite “la sua vita, morte e risurrezione nel suo vero corpo, se quel che conta fosse solo liberare l’interiorità dell’uomo dai limiti del corpo e dalla materia, secondo la visione neognostica”. La Placuit Deo vuole invece “ribadire che la salvezza consiste nella nostra unione con Cristo”, che “con la sua vita, morte e risurrezione, ha generato un nuovo ordine di relazioni con il Padre e tra gli uomini, e ci ha introdotto in quest’ordine grazie al dono del suo Spirito, affinché possiamo unirci al Padre come figli nel Figlio, e diventare un solo corpo nel «primogenito tra molti fratelli» – Lettera ai Romani 8,29.

L’essere umano, spiega la Placuit Deo, si è sempre interrogato su sé stesso: “percepisce, direttamente o indirettamente, di essere un enigma”, chiedendosi “chi sono io che esisto, ma non ho in me il principio del mio esistere?”. Perché ciascuno di noi, a proprio modo “cerca la felicità, e tenta di conseguirla facendo ricorso alle risorse che ha a disposizione”. Questa è una “aspirazione universale”, che però “non è necessariamente espressa o dichiarata; anzi, essa è più segreta e nascosta di quanto possa apparire, ed è pronta a rivelarsi dinanzi a particolari emergenze”.

Per gli esseri umani questo desiderio di felicità a volte “coincide con la speranza della salute fisica”, talvolta assume la forma dell’ansia per un maggior benessere economico, diffusamente si esprime mediante il bisogno di pace interiore e di una serena convivenza col prossimo”. Ma questa aspirazione alla salvezza appare anche come la volontà di arrivare ad “un bene maggiore”, e “conserva anche il carattere di resistenza e di superamento del dolore”. E mentre lottiamo per la “conquista del bene”, lottiamo anche per la “difesa dal male: dall’ignoranza e dall’errore, dalla fragilità e dalla debolezza, dalla malattia e dalla morte”.

Sono, queste, aspirazioni legittime, però come “la fede in Cristo ci insegna, rifiutando ogni pretesa di autorealizzazione”, possono essere realmente realizzate solo quando “Dio stesso lo rende possibile, attirandoci verso di Sé”. Non possiamo raggiungere attraverso le scienze, le tecnologie, oppure attraverso una ricerca materialistica. Perché “la salvezza piena” e autentica “della persona non consiste nelle cose che l’uomo potrebbe ottenere da sé, come il possesso o il benessere materiale, la scienza o la tecnica, il potere o l’influsso sugli altri, la buona fama o l’autocompiacimento.

Perché nulla di ciò che è “creato può soddisfare del tutto l’uomo, perché Dio ci ha destinati alla comunione con Lui e il nostro cuore – come spiega Sant’Agostino nelle Confessioni – sarà inquieto finché non riposi in Lui. Perché «la vocazione ultima dell’uomo è effettivamente una sola, quella divina», come spiega la Costituzione pastorale Gaudium et spes. La Placuit Deo sottolinea anche che non il mondo il male: “è necessario affermare che, secondo la fede biblica, l’origine del male non si trova nel mondo materiale e corporeo, sperimentato come un limite o come una prigione dalla quale dovremmo essere salvati. Al contrario, la fede proclama che tutto il cosmo è buono, in quanto creato da Dio – cf. Gen 1,31; Sap 1,13-14; 1Tim 4,4 -, e che il male che più danneggia l’uomo è quello che procede dal suo cuore – cf. Mt 15,18-19; Gen 3,1-19 -.

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