I leader, non le persone comuni avrebbero diffuso il cristianesimo più velocemente

Una nuova religione – riporta uno studio su Nature – si diffonderebbe rapidamente nelle società più piccole con forti gerarchie politiche

Questa ricerca sul cristianesimo, pubblicata recentemente su Nature Human Behaviour, è certamente destinata a far discutere. Appare però quanto mai di attualità. In un periodo in cui, nel nostro paese e nel resto del mondo si discute dei ruoli – alcuni veri, altri presunti – giocati dalle elites politiche, economiche e sociali nel determinare le sorti degli stati, e della comunità internazionale. Mentre nel mese di giugno si è svolto a Torino il periodico meeting del discusso Bilderberg group, che ha visto tra i suoi membri anche Henry Kissinger e Bill Gates.

Gli autori e gli obiettivi dello studio

Gli autori dello studio sono Joseph Watts, Oliver Sheehan, Joseph Bulbulia, Russell D. Gray e Quentin D. Atkinson. Con il titolo Christianity spread faster in small, politically structured societies. Il cristianesimo si diffonde più velocemente nelle società piccole e politicamente strutturate, è stato pubblicato su Nature Human Behaviour volume 2, pagine 559 – 564, 2018.

L’obiettivo dello studio di cui parliamo oggi, è capire la ragione del successo della religione cristiana, dalle sue origini ad oggi. Un successo che per i ricercatori andrebbe cercato nei meccanismi sociali e della politica, oltre che nella fede. E che potrebbe spiegare anche i meccanismi del successo di idee e opinioni non di tipo religioso. Come spiega l’articolo, attualmente “il cristianesimo è la più grande famiglia religiosa del mondo”. Per gli autori dell’articolo non sarebbe però ancora comprensibile quanto sia stata decisivo per la sua diffusione essere “un movimento di base con un messaggio positivo e incoraggiante per gli oppressi”.

O quanto invece abbiano pesato gli sforzi di missionari, predicatori e esponenti religiosi, “per convertire leader influenti”. Prendendo ad esempio “la famosa conversione dell’imperatore romano Costantino”. La ricerca ha coinvolto ricercatori del Max Planck Institute for the Science of Human History, Jena, Germania. Del Social and Evolutionary Neuroscience Research Group – Department of Experimental Psychology –  e dell’Institute of Cognitive and Evolutionary Anthropology, dell’università di Oxford, Gran Bretagna. Della School of Psychology e della School of Humanities – Faculty of Arts –  dell’università di Auckland, Nuova Zelanda. Della Research School of the Social Sciences, dell’università Nazionale Australiana, di Canberra, Australia.

I ricercatori hanno studiato le conversioni alla fede cristiana di 70 culture insulari austronesiane nel periodo tra il XVI e il XIX secolo

Le popolazioni considerate sono presenti nell’area geografica tra Oceania – Australia, Nuova Zelanda, Melanesia, Micronesia, Polinesia – il Madagascar, il sud est asiatico, Formosa – Taiwan. Gli autori hanno studiato documenti storici del periodo, per capire quali elementi abbiano maggiormente influito sulla velocità di conversione al cristianesimo delle popolazioni inserite nel panel. In particolare, hanno confrontato il tempo di conversione di ciascuna delle popolazioni dell’area geografica.

Valutando ad esempio il peso che potevano avere – nel favorire le conversioni o nel ritardarle – elementi geografici come la posizione delle località considerate. Oppure il tempo necessario e le eventuali difficoltà per i missionari nel raggiungerle. Insieme a questioni sociali e culturali che potevano facilitare o rendere più difficile il recepimento della fede cristiana. Un comune antenato, o forti legami storici e sociali, potevano essere la ragione di una più rapida conversione, o un forte ostacolo alla stessa.

Per i ricercatori, la ricerca mostrerebbe che “una leadership politica più forte e una dimensione della popolazione più piccola” corrisposero storicamente ad “un più rapido tempo di conversione”. Al contrario, forti “livelli di disuguaglianza sociale non sarebbero significativamente associati alla velocità di conversione”. Gli autori ritengono quindi “che il cristianesimo non si sarebbe diffuso in queste popolazioni a causa della sua dottrina socialmente responsabilizzante”, contraria alle diseguaglianze e favorevole alle classi più deboli e indifese. Dovremmo quindi cercare la ragione del successo della fede cristiana soprattutto “nell’influenza dei leader, e nel modo in cui le idee si diffondono più velocemente in popolazioni più piccole”. Link Nature Human Behaviour. Immagine: Nativi dell’Australia Occidentale. L’illustrazione, fonte Wikipedia, è nel Volume 1 di John Lort Stokes’ 1846 book Discoveries in Australia.

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