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News febbraio 2014

Il sistema binario inventato in Polinesia già nel tardo Medioevo ?

Questa l’ipotesi avanzata da Sieghard Beller e Andrea Bender, due psicologi dell’Università di Bergen, nella regione del Vestlandet, Norvegia.
I due studiosi di scienze cognitive hanno infatti realizzato uno studio sulle abilità logiche matematiche, esaminando il modo in cui numerosi popoli, anche più primitivi, si approcciano o si sono approcciati in secoli trascorsi alla matematica e al suo utilizzo nella vita quotidiana.
Ne è emerso che già seicento o settecento anni fa, popolazioni di pescatori polinesiani dell’isola di Mangareva, nella Polinesia francese, utilizzavano un sistema binario per conteggiare ad esempio le unità di cibo, come pesci o noci di cocco.
Il sistema dei pescatori Polinesiani è ovviamente differente rispetto a quello che noi conosciamo: è strutturato su tre passaggi decimali, applicati sulla normale struttura del calcolo; veniva utilizzato insieme anche al calcolo decimale, per poter rendere più semplice definire mentalmente operazioni aritmetiche.
Questo sarebbe avvenuto centinaia di anni prima della teorizzazione del sistema di calcolo binario, nel diciottesimo secolo, da parte del matematico, logico e filosofo tedesco Gottfried Wilhelm von Leibniz, e della sua ulteriore sistematizzazione, nel diciannovesimo, da parte di George Boole, matematico e logico britannico, al quale dobbiamo l’algebra binaria, definita algebra booleana.
I loro studi portarono al successivo sviluppo della moderna informatica: il sistema binario, che opera solo su due cifre, 0 e 1, è infatti alla base del meccanismo di funzionamento dei processori elettronici.
La ricerca di Bender e Beller è stata pubblicata in un articolo scientifico apparso, con il titolo Mangarevan invention of binary steps for easier calculation, sui Proceedings of the National Academy of Sciences – PNAS. Come si legge sul sito, la scoperta non è solo importante per la storia della matematica, quanto soprattutto perché “permette di abbandonare le semplici nozioni di complessità culturale come uno stato omogeneo”, ovvero distribuito ugualmente e omogeneamente in tutto il mondo, e “rafforza l’idea che investigare la diversità culturale sia non solo una scelta di curiosità, quanto una necessità”.

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