Sociologia della scienza e media studies per capire perché l’autorevolezza della scienza e degli esperti è messa in discussione tra complottismi, disinformazione e delegittimazione del sapere.
Perché oggi cresce la sfiducia nella scienza ? Un’analisi del rapporto tra competenza scientifica, media digitali e percezione pubblica degli esperti.
Negli ultimi anni si parla spesso di una presunta “crisi degli esperti”. In realtà, la situazione è più complessa e merita un’analisi meno semplificata. Gli esperti non sono scomparsi dal dibattito pubblico, né sono completamente ignorati. Piuttosto, si assiste a una crisi della loro autorevolezza simbolica, soprattutto in una parte dell’opinione pubblica incline a diffidare della scienza, a credere nei complottismi o a svalutare il valore dello studio e della ricerca.
La questione non riguarda solo la scienza in senso stretto, ma tocca il modo in cui il sapere viene prodotto, comunicato e percepito nella società contemporanea. È qui che entrano in gioco la sociologia della scienza e i media studies, due ambiti fondamentali per comprendere il fenomeno.
Dall’autorità scientifica alla competizione delle narrazioni
Per gran parte del Novecento, la competenza scientifica ha goduto di un riconoscimento sociale relativamente stabile. Il sapere degli esperti era percepito come il risultato di un percorso lungo, selettivo e verificabile. Titoli accademici, istituzioni di ricerca e riviste scientifiche fungevano da garanzia di affidabilità.
Con l’avvento della società digitale, questo equilibrio si è incrinato. Internet e i social media hanno ampliato enormemente l’accesso alle informazioni, ma hanno anche prodotto una competizione tra narrazioni. La conoscenza scientifica si trova oggi a convivere, spesso sullo stesso piano comunicativo, con opinioni personali, testimonianze emotive, teorie non verificate e vere e proprie costruzioni complottiste.
Dal punto di vista sociologico, non è la scienza ad aver perso validità, ma il suo statuto simbolico. L’esperto non è più automaticamente riconosciuto come autorità, bensì come una voce tra le altre, sottoposta al giudizio immediato del pubblico.
Complottismo e delegittimazione del sapere
Un elemento centrale di questa crisi è la diffusione delle visioni complottiste. Tali narrazioni non si limitano a contestare singole teorie scientifiche, ma mettono in discussione l’intero sistema di produzione del sapere. Università, centri di ricerca, istituzioni sanitarie e organismi internazionali vengono descritti come parte di élite autoreferenziali o manipolatrici.
In questo contesto, l’esperto diventa sospetto non per ciò che dice, ma per ciò che rappresenta. Il suo ruolo sociale viene interpretato come espressione di potere più che di competenza. La ricerca, anziché apparire come un processo aperto e autocorrettivo, viene ridotta a strumento di interessi economici o politici.
Questa dinamica è rafforzata da una semplificazione estrema dei processi scientifici. L’incertezza, che è parte costitutiva del metodo scientifico, viene letta come segno di incompetenza o di inganno. Il fatto che la scienza proceda per ipotesi, revisioni e correzioni diventa paradossalmente una prova contro di essa.
Media, algoritmi e percezione della competenza
I media giocano un ruolo decisivo in questo scenario. Nei formati digitali, la visibilità è spesso regolata da algoritmi che premiano contenuti emotivi, polarizzanti o controversi. La comunicazione scientifica, basata su prudenza, dati e probabilità, fatica a competere con messaggi semplici e rassicuranti, anche quando questi sono infondati.
I media studies mostrano come l’esperto venga spesso chiamato in causa non per spiegare, ma per “controbattersi” in dibattiti costruiti come scontri tra opinioni equivalenti. Questo meccanismo contribuisce a erodere ulteriormente l’autorevolezza scientifica, trasformando il sapere in un’opzione tra le altre.
Si crea così un circolo vizioso: meno fiducia negli esperti porta a una maggiore esposizione a fonti alternative, che a loro volta rafforzano la sfiducia verso la competenza istituzionalizzata.
Studio e ricerca sotto accusa
Un aspetto particolarmente critico della crisi della competenza scientifica è la svalutazione dello studio e della ricerca come percorsi di formazione. In alcune narrazioni diffuse online, l’esperienza personale viene elevata a criterio assoluto di verità, mentre l’apprendimento sistematico è presentato come inutile o persino dannoso.
Dal punto di vista sociologico, questo rappresenta un mutamento profondo nel rapporto tra individuo e conoscenza. L’idea che “tutti possano sapere tutto” senza mediazioni mina la distinzione tra informazione e conoscenza, tra opinione e competenza.
Ricostruire l’autorevolezza, non l’autoritarismo
Parlare di crisi della competenza scientifica non significa auspicare un ritorno a forme di autorità incontestabile. Al contrario, la sfida consiste nel ricostruire un’autorevolezza fondata sulla trasparenza, sul dialogo e sulla responsabilità comunicativa.
La sociologia della scienza ricorda che la fiducia nel sapere non è un dato naturale, ma una costruzione sociale. Essa dipende dalla capacità delle istituzioni scientifiche di rendere comprensibili i propri processi, di riconoscere i limiti della conoscenza e di interagire con una società sempre più pluralista.
In questo senso, la crisi attuale può essere letta anche come un’opportunità. Non per rinunciare alla competenza, ma per ripensarne il ruolo in una sfera pubblica segnata dalla complessità, dall’iperinformazione e dalla necessità di nuovi linguaggi. Perché senza competenza scientifica non c’è progresso, ma senza fiducia nella competenza non c’è società capace di orientarsi nel futuro.
Immagine elaborata con Intelligenza Artificiale.
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