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Michael Polanyi, la conoscenza tacita e i limiti della razionalità formale

Michael Polanyi

Perché la scienza, l’intelligenza e la comprensione umana non sono riducibili a procedure formali

Michael Polanyi ha mostrato che gran parte della conoscenza umana è tacita, non formalizzabile e radicata nell’esperienza. Un contributo decisivo per comprendere i limiti della razionalità formale, il senso della pratica scientifica e le sfide poste oggi dall’intelligenza artificiale

Nel dibattito contemporaneo sui fondamenti della conoscenza, sul rapporto tra scienza, tecnica e intelligenza artificiale, una figura torna con crescente insistenza al centro dell’attenzione: Michael Polanyi. Chimico di formazione, filosofo della scienza per vocazione intellettuale, Polanyi ha elaborato una delle critiche più profonde e durature all’idea che la conoscenza possa essere interamente ridotta a regole formali, algoritmi o procedure esplicite.

Il suo contributo più noto è racchiuso in una formula tanto semplice quanto destabilizzante: “We know more than we can tell”. Sappiamo più di quanto possiamo dire. È il cuore della teoria della conoscenza tacita, una nozione che continua a interrogare filosofia, epistemologia, scienze cognitive e oggi anche il dibattito sull’intelligenza artificiale.

Oltre la conoscenza esplicita

Per Polanyi, una parte essenziale del conoscere umano non è completamente articolabile in proposizioni, istruzioni o modelli formali. La conoscenza tacita è quella che utilizziamo costantemente, ma che non sappiamo spiegare fino in fondo.

Un esempio classico è il riconoscimento dei volti. Una persona è in grado di distinguere immediatamente un volto familiare da uno sconosciuto, ma non saprebbe elencare in modo esaustivo tutte le caratteristiche che rendono possibile quel riconoscimento. Lo stesso vale per molte competenze pratiche, scientifiche e creative: andare in bicicletta, interpretare un grafico complesso, formulare un’ipotesi scientifica promettente.

Per Polanyi, questa dimensione non è marginale, ma strutturale. La conoscenza esplicita poggia sempre su una base tacita che la rende possibile.

Scienza come pratica, non solo come metodo

Uno degli aspetti più innovativi del pensiero di Polanyi riguarda la scienza stessa. Contro una visione rigidamente positivista, egli sostiene che l’attività scientifica non è una semplice applicazione meccanica di un metodo neutro, ma una pratica umana incarnata, fondata su abilità, intuizioni, tradizioni condivise e giudizi personali.

Lo scienziato, secondo Polanyi, non scopre semplicemente fatti già dati, ma li riconosce attraverso un processo che implica competenza, esperienza e un coinvolgimento personale. Da qui la sua critica all’ideale di una scienza completamente impersonale e automatizzabile.

Questa prospettiva ha influenzato profondamente la filosofia della scienza successiva, anticipando temi che emergeranno anche in autori come Thomas Kuhn, in particolare il ruolo delle comunità scientifiche e delle pratiche condivise.

I limiti della razionalità formale

La riflessione di Polanyi mette in crisi l’idea che la razionalità coincida esclusivamente con il calcolo logico o la formalizzazione matematica. Senza negare il valore della logica e delle procedure formali, egli mostra che esse non sono autosufficienti.

Ogni atto di comprensione implica una dimensione pre-riflessiva, un orientamento del soggetto verso il significato. Questo vale non solo per l’arte o la morale, ma anche per la matematica, la fisica, la medicina. La razionalità, in questa prospettiva, non è eliminazione del soggetto, ma sua responsabilizzazione.

Attualità del pensiero di Polanyi

Nel contesto attuale, segnato dall’ascesa dell’intelligenza artificiale e dall’automazione dei processi cognitivi, il pensiero di Polanyi assume una nuova rilevanza. La distinzione tra conoscenza tacita ed esplicita aiuta a comprendere perché sistemi basati su algoritmi, pur potentissimi, non coincidano con l’intelligenza umana.

Le macchine possono manipolare simboli, apprendere correlazioni, ottimizzare decisioni, ma non possiedono quella forma di comprensione tacita che nasce dall’esperienza incarnata, dall’intenzionalità e dal coinvolgimento personale nel mondo.

In questo senso, Polanyi non è solo un critico del riduzionismo scientista del Novecento, ma anche un autore chiave per una riflessione contemporanea su scienza, tecnologia e limiti del sapere.

Una lezione attuale

Michael Polanyi ci ricorda che conoscere non significa soltanto applicare regole, ma partecipare a un processo vivo, storico e umano. La conoscenza tacita non è un difetto da eliminare, ma una risorsa fondamentale, senza la quale anche la razionalità più rigorosa perderebbe il suo senso.

Comprendere i limiti della razionalità formale non significa rinunciare alla ragione, ma riconoscerne la profondità e la complessità. È questa, forse, l’eredità più attuale di Polanyi, in un’epoca che rischia di confondere il calcolo con la comprensione.

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