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35 anni di World Wide Web : la rete doveva rendere universale la conoscenza, che cosa è diventata ?

tim berners lee

Il 6 agosto 1991 Tim Berners-Lee presentava pubblicamente il progetto World Wide Web. Nato al CERN per condividere informazioni e mettere in relazione conoscenze distribuite, il Web ha trasformato il mondo

Trentacinque anni dopo, tra social network, algoritmi e intelligenza artificiale, resta aperta una domanda: la rete ci rende davvero più liberi di conoscere ?

Il 6 agosto 1991 accadde qualcosa che in quel momento poteva apparire importante soprattutto a una piccola comunità di informatici e ricercatori. Tim Berners-Lee pubblicò sul newsgroup alt.hypertext informazioni sul progetto WorldWideWeb, invitando altri utenti a conoscerlo e a collaborare.

Trentacinque anni dopo possiamo considerare quella data uno dei momenti simbolici nei quali il Web uscì dall’ambiente nel quale era nato e cominciò il percorso che lo avrebbe trasformato in una delle infrastrutture culturali più importanti della storia contemporanea.

Il World Wide Web era stato ideato da Berners-Lee nel 1989 mentre lavorava al CERN di Ginevra. Il problema iniziale era concreto: ricercatori provenienti da università e istituti differenti avevano bisogno di condividere informazioni conservate su sistemi informatici diversi. Occorreva trovare un modo semplice per collegare documenti e conoscenze. Da questa esigenza nacque qualcosa di molto più grande.

Una rete di conoscenze

L’idea fondamentale era sorprendentemente semplice: creare documenti collegati tra loro attraverso l’ipertesto, consentendo alle persone di passare da un’informazione all’altra indipendentemente dal computer sul quale quella conoscenza era conservata.

Alla fine del 1990 Berners-Lee aveva già realizzato al CERN gli elementi fondamentali del sistema: il primo server Web e il primo browser-editor, insieme alle tecnologie alla base del nuovo ambiente, come HTML, HTTP e gli indirizzi destinati a diventare gli URL.

Il primo sito della storia era dedicato proprio al progetto World Wide Web e spiegava che cosa fosse il nuovo sistema, come utilizzare l’ipertesto e come creare un server. Il Web nasceva quindi parlando di se stesso e spiegando agli altri come partecipare alla sua costruzione. Era un’idea profondamente democratica.

Berners-Lee avrebbe successivamente descritto il sogno alla base del Web come quello di uno spazio comune dell’informazione, nel quale le persone potessero comunicare condividendo conoscenza. Un elemento decisivo era l’universalità: un collegamento avrebbe potuto condurre a qualsiasi informazione, personale o pubblica, locale o globale. Non un grande archivio controllato da un’unica autorità, quindi, ma una rete potenzialmente senza centro.

Dal CERN al mondo

Nel marzo del 1991 il browser line-mode era stato distribuito inizialmente a un pubblico limitato e a maggio il WWW era disponibile sui computer centrali del CERN. Durante l’estate arrivò però il passaggio decisivo.

Il 6 agosto Berners-Lee presentò il progetto alla comunità di alt.hypertext. I file furono resi disponibili attraverso Internet e nelle settimane successive le informazioni sul WWW vennero diffuse anche attraverso altri gruppi di discussione. La rete cominciava ad ingrandirsi.

Un’altra decisione sarebbe stata fondamentale. Il 30 aprile 1993 il CERN rese il software del World Wide Web disponibile nel pubblico dominio, permettendo a chiunque di utilizzarlo, modificarlo e distribuirlo.

È difficile immaginare quale sarebbe stata la storia della rete se il Web fosse diventato una tecnologia proprietaria sottoposta a licenze e pagamenti. La sua apertura contribuì invece a una diffusione straordinariamente rapida.

In pochi anni il Web passò dai laboratori scientifici alle università, alle aziende e alle case. Poi arrivarono i motori di ricerca, il commercio elettronico, i blog, Wikipedia, i social network, lo streaming, gli smartphone e infine l’intelligenza artificiale generativa. Quella rete di documenti scientifici era diventata uno degli ambienti principali nei quali vive l’umanità contemporanea.

Il sogno si è realizzato

Sarebbe ingiusto raccontare questi 35 anni soltanto attraverso i problemi della rete. Una parte enorme della visione originaria si è effettivamente realizzata.

Mai nella storia una quantità così grande di conoscenza era stata accessibile così rapidamente a così tante persone. Un ragazzo può consultare documenti conservati dall’altra parte del pianeta; un ricercatore può collaborare con colleghi che non ha mai incontrato fisicamente; biblioteche, musei, università e istituzioni possono mettere a disposizione patrimoni che un tempo richiedevano viaggi e autorizzazioni.

Milioni di persone possono pubblicare idee senza possedere una tipografia, una stazione televisiva o una casa editrice. La conoscenza ha superato una quantità enorme di barriere geografiche e materiali.

Il Web rappresenta una delle più grandi democratizzazioni dell’accesso all’informazione mai avvenute. Ma accesso all’informazione e conoscenza non sono necessariamente la stessa cosa. Ed è proprio qui che, 35 anni dopo, la domanda diventa più complessa.

Dalla scarsità all’eccesso

Quando nacque il Web, uno dei problemi era trovare e collegare informazioni distribuite su computer differenti. Oggi abbiamo quasi il problema opposto. Le informazioni sono talmente numerose che nessun essere umano potrebbe esaminarne personalmente più di una frazione infinitesimale. La questione non è più soltanto avere accesso alla conoscenza, ma decidere che cosa meriti la nostra attenzione.

Ed è in questo spazio che sono entrati gli algoritmi. Motori di ricerca, social network, piattaforme video e sistemi di raccomandazione selezionano continuamente ciò che vediamo. Senza questi strumenti sarebbe quasi impossibile orientarci nella quantità di contenuti disponibili.

Ma questa comodità comporta una conseguenza importante: tra noi e la rete si inserisce sempre più spesso un sistema che decide quali informazioni mostrarci per prime. Il Web originario permetteva di seguire collegamenti. Il Web contemporaneo tende sempre più spesso a suggerirci quale collegamento seguire. La differenza sembra piccola, ma culturalmente è enorme.

Da utenti a prodotti ?

La trasformazione economica della rete ha prodotto un’altra distanza rispetto agli ideali originari. Gran parte dell’esperienza online è oggi mediata da grandi piattaforme che offrono gratuitamente servizi in cambio di attenzione, dati e possibilità di profilazione.

La persona non è più soltanto un lettore o un autore. Diventa anche una fonte di dati. Ogni ricerca, clic, permanenza su una pagina, preferenza o interazione può contribuire a costruire modelli del nostro comportamento.

Il Web, nato per collegare informazioni, è diventato così anche una gigantesca infrastruttura capace di osservare comportamenti, prevedere interessi e orientare attenzione e consumi.

Non significa che la rete abbia tradito necessariamente la propria natura. Significa però che alla dimensione della conoscenza se ne è aggiunta un’altra: quella del potere. Chi controlla i sistemi attraverso i quali accediamo alle informazioni possiede inevitabilmente una capacità significativa di influenzare ciò che conosciamo.

Social network : tutti possono parlare, ma chi viene ascoltato ?

Il Web aveva abbassato enormemente le barriere della pubblicazione. I social network hanno portato questo principio ancora più avanti: miliardi di persone possono produrre contenuti e raggiungere potenzialmente un pubblico mondiale. È un risultato straordinario. Ma anche qui emerge un paradosso. Tutti possono parlare, ma la visibilità non è distribuita in maniera neutrale.

Algoritmi progettati per selezionare contenuti decidono quali messaggi raggiungeranno milioni di persone e quali rimarranno praticamente invisibili. La necessità di conquistare attenzione può inoltre favorire contenuti emotivi, semplici, polarizzanti o sensazionalistici rispetto a quelli che richiedono tempo, argomentazione e approfondimento. La libertà di pubblicare non coincide quindi automaticamente con una libertà equilibrata di essere ascoltati.

L’intelligenza artificiale cambia ancora il Web

Nel 2026 siamo probabilmente all’inizio di una trasformazione altrettanto significativa. Per trent’anni abbiamo utilizzato il Web soprattutto cercando pagine, leggendo documenti e seguendo collegamenti. Con l’intelligenza artificiale generativa possiamo sempre più spesso chiedere direttamente una risposta.

Il cambiamento è drastico. Nel modello tradizionale cercavamo una fonte e la interpretavamo. Nel nuovo modello un sistema può consultare, sintetizzare o rielaborare enormi quantità di informazioni e presentarci direttamente un risultato.

Questo può rendere la conoscenza molto più accessibile. Una persona può interrogare sistemi complessi utilizzando il linguaggio naturale, superando barriere tecniche e linguistiche.

Ma nasce anche una nuova domanda: che cosa accade quando smettiamo progressivamente di esplorare le fonti e riceviamo la conoscenza già sintetizzata da una macchina ? Potremmo avere accesso a più informazioni e contemporaneamente conoscere meno il percorso attraverso il quale quelle informazioni sono state costruite.

Informazione, conoscenza e ragione

È qui che l’anniversario del World Wide Web assume un significato particolarmente interessante per il rapporto tra scienza, tecnologia e ragione. Avere accesso a miliardi di documenti non significa possedere miliardi di conoscenze.

La conoscenza richiede selezione, verifica, confronto, memoria, capacità critica. E soprattutto richiede ragione. Un’informazione falsa può viaggiare alla stessa velocità di una vera. Una teoria infondata può essere collegata attraverso l’ipertesto esattamente come una pubblicazione scientifica. Un algoritmo può suggerire entrambe. La struttura tecnica della rete non può stabilire da sola che cosa sia vero. Il Web può collegare le informazioni, ma rimane all’uomo il compito di giudicarle.

Trentacinque anni dopo, la domanda rimane attuale

Il 6 agosto 1991 Tim Berners-Lee invitava una comunità ancora piccolissima a provare un nuovo sistema per collegare informazioni. Quel sistema ha cambiato il pianeta. Ha reso possibile una circolazione della conoscenza che le generazioni precedenti avrebbero difficilmente potuto immaginare. Ha creato nuove forme di collaborazione, cultura, ricerca, economia e relazioni umane.

Ma ha prodotto anche concentrazioni di potere, disinformazione, sorveglianza commerciale, dipendenza dall’attenzione e nuovi interrogativi sulla libertà personale. Forse il problema non è stabilire se il Web sia diventato migliore o peggiore di quello immaginato nel 1991. La questione più interessante è capire chi debba governare la relazione tra l’uomo e la conoscenza. Trentacinque anni fa costruivamo collegamenti tra documenti.

Oggi algoritmi e intelligenze artificiali costruiscono sempre più spesso collegamenti tra informazioni per noi. La differenza indica probabilmente la grande sfida dei prossimi anni: fare in modo che strumenti sempre più potenti nell’organizzare la conoscenza non sostituiscano la libertà, il giudizio e la ragione delle persone che dovrebbero servire.

Il sogno originario del Web, in fondo, non era semplicemente collegare computer. Era permettere agli esseri umani di condividere conoscenza e collaborare meglio. Dopo 35 anni, quella promessa non appartiene soltanto alla storia della tecnologia. È ancora un progetto da realizzare.

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