Tre secoli prima della realtà virtuale e dell’intelligenza artificiale, George Berkeley interrogò sul rapporto tra percezione e mondo : se tutto ciò che conosciamo passa attraverso l’esperienza, come possiamo distinguere la realtà dalla sua rappresentazione ?
Indossiamo un visore e improvvisamente ci troviamo in un’altra stanza. Davanti a noi compaiono oggetti che possiamo osservare da differenti prospettive, ambienti nei quali possiamo muoverci e persone che sembrano occupare lo stesso spazio. Il nostro corpo si trova ancora nel mondo fisico, ma una parte della nostra esperienza ci dice che siamo altrove.
Con l’intelligenza artificiale il confine diventa ancora più sottile. Possiamo vedere fotografie di luoghi mai esistiti, ascoltare voci sintetiche praticamente indistinguibili da quelle umane, conversare con personaggi artificiali e osservare video nei quali accadono eventi che non si sono mai verificati.
Che cosa significa allora affermare che qualcosa è reale?
La domanda sembra appartenere pienamente al XXI secolo. In realtà conduce direttamente a uno dei problemi più radicali affrontati dalla filosofia moderna e al pensiero di George Berkeley, filosofo irlandese vissuto tra il 1685 e il 1753.
Berkeley non conosceva computer, realtà virtuale o intelligenza artificiale. Ma mise in discussione una convinzione che ancora oggi consideriamo quasi spontanea: l’idea che dietro ciò che percepiamo esista necessariamente una realtà materiale dotata delle stesse caratteristiche che sperimentiamo.
Esse est percipi: essere significa essere percepito
La filosofia di Berkeley viene spesso sintetizzata con la celebre formula latina esse est percipi, «essere è essere percepito». La frase può sembrare sostenere che il mondo sia semplicemente un’illusione. Ma sarebbe una semplificazione. Berkeley non intendeva negare la realtà degli oggetti della nostra esperienza. Contestava piuttosto l’idea di una materia esistente indipendentemente da qualsiasi percezione e concepita come sostanza posta dietro le qualità che sperimentiamo.
Quando osserviamo una mela, ad esempio, che cosa conosciamo direttamente ?
Vediamo un colore, percepiamo una forma, avvertiamo una consistenza, eventualmente un sapore e un odore. Ma tutte queste caratteristiche sono presenti nella nostra esperienza percettiva. Secondo Berkeley, ipotizzare dietro di esse una sostanza materiale completamente indipendente dalla percezione non aggiunge necessariamente qualcosa alla nostra conoscenza.
La realtà, nella sua prospettiva idealistica, riguarda dunque idee percepite e spiriti capaci di percepirle. Ed è proprio qui che il suo pensiero diventa sorprendentemente provocatorio nell’era digitale.
Un tavolo virtuale è meno reale di un tavolo fisico ?
Immaginiamo di entrare in un ambiente virtuale estremamente sofisticato. Davanti a noi appare un tavolo. Possiamo osservarlo, girargli intorno e magari, attraverso sistemi aptici, avere persino la sensazione di toccarlo. Naturalmente sappiamo che quel tavolo non possiede una struttura fisica equivalente a quella di un tavolo presente nella stanza. Esiste grazie a software, dati, processori e dispositivi capaci di produrre determinati stimoli.
Eppure l’esperienza percettiva del tavolo esiste realmente. Non significa che tavolo fisico e tavolo virtuale siano identici. Significa piuttosto che la loro distinzione non può essere stabilita semplicemente affermando che uno viene percepito e l’altro no: entrambi possono entrare nella nostra esperienza.
Occorre quindi introdurre altri criteri. Possiamo considerare la persistenza dell’oggetto, la sua indipendenza dalla volontà dell’osservatore, le relazioni causali che intrattiene con altri oggetti, la possibilità che venga percepito da persone differenti e, soprattutto, il sistema che genera quell’esperienza. La realtà virtuale non elimina la distinzione tra reale e artificiale. Ci costringe però a definirla con maggiore precisione.
Berkeley non viveva in una simulazione
Applicare Berkeley direttamente alla realtà virtuale comporta però un rischio. Il filosofo irlandese non sosteneva che il mondo fosse una gigantesca simulazione e nemmeno che ciascun individuo inventasse autonomamente ciò che vede. Al contrario, uno dei problemi fondamentali della sua filosofia era spiegare proprio la stabilità e l’ordine dell’esperienza.
Il mondo non cambia arbitrariamente secondo i nostri desideri. Se chiudiamo gli occhi, una montagna non cessa per questo di esistere. Quando torniamo a guardarla, la ritroviamo. E persone differenti possono osservarla.
Nella prospettiva religiosa di Berkeley, la continuità e l’ordine del mondo sono garantiti da Dio, mente infinita che percepisce ogni cosa. Le regolarità che chiamiamo leggi della natura appartengono quindi all’ordine stabile attraverso il quale Dio rende possibile la nostra esperienza del mondo. È un elemento essenziale del suo pensiero e distingue radicalmente la sua filosofia dalle moderne ipotesi secondo cui potremmo vivere all’interno di una simulazione informatica.
L’intelligenza artificiale e le percezioni senza oggetto
L’IA generativa introduce un ulteriore problema. Per gran parte della storia della fotografia, vedere l’immagine fotografica di una persona o di un luogo forniva almeno una ragione per supporre che qualcosa fosse stato davanti a una macchina fotografica.
Oggi questa relazione non è più necessaria. Un sistema di intelligenza artificiale può generare il volto fotorealistico di una persona mai nata, una città inesistente o la fotografia di un evento mai accaduto.
La percezione visiva rimane autentica: stiamo realmente vedendo quell’immagine. Ciò che può essere falso è la conclusione che traiamo sulla sua origine. È una distinzione fondamentale. Un’immagine sintetica non è irreale in quanto immagine. È un oggetto digitale realmente presente su uno schermo. Può però rappresentare falsamente un evento del mondo fisico.
Nell’era dell’IA, quindi, la domanda «è reale?» deve spesso essere sostituita da domande più precise: che cosa sto percependo? Da dove proviene? Che cosa rappresenta? L’evento rappresentato è realmente accaduto?
Quando la percezione non basta più
Il problema diventa particolarmente evidente con deepfake, voci sintetiche e video generativi. Per migliaia di anni l’essere umano ha imparato a fidarsi, almeno entro certi limiti, dei propri sensi. «L’ho visto con i miei occhi» rimane ancora oggi un’espressione utilizzata per indicare una prova particolarmente convincente.
Ma cosa accade quando possiamo vedere con i nostri occhi qualcosa che non è mai accaduto ? Non significa che i sensi siano improvvisamente diventati inutili. Significa che il rapporto tra percezione e origine dell’informazione è diventato tecnologicamente più complesso.
Il problema della conoscenza si sposta così dalla semplice percezione alla verifica. Per stabilire se un video documenta un evento reale potrebbe essere necessario conoscere la fonte, ricostruirne la provenienza, confrontarlo con altre testimonianze e verificare il contesto. Paradossalmente, quanto più le tecnologie diventano capaci di produrre esperienze convincenti, tanto più abbiamo bisogno della ragione per interpretarle.
Il metaverso e diversi livelli di realtà
Gli ambienti virtuali introducono anche un’altra possibilità: qualcosa può essere reale senza essere fisico nello stesso senso di una sedia o di una montagna. Una conversazione avvenuta in un ambiente virtuale può produrre conseguenze reali. Un oggetto digitale può avere valore economico. Una relazione nata online può modificare profondamente la vita di una persona.
Questo suggerisce che il concetto di realtà non sia necessariamente sinonimo di materialità. Esistono realtà fisiche, biologiche, sociali, economiche e digitali che possiedono differenti modalità di esistenza. Il denaro presente su un conto corrente, per esempio, non coincide semplicemente con una pila di banconote conservata da qualche parte. Eppure può permetterci realmente di acquistare una casa. La realtà virtuale rende questa pluralità ancora più evidente.
Una nuova domanda sulla realtà
Berkeley sosteneva le proprie tesi all’interno di un sistema filosofico e teologico molto distante dal nostro universo tecnologico. Sarebbe quindi anacronistico trasformarlo nel profeta della realtà virtuale. Ma la sua domanda fondamentale rimane straordinariamente attuale.
Quanto di ciò che chiamiamo realtà conosciamo indipendentemente dalla percezione attraverso cui ci appare ? Oggi possiamo aggiungere un secondo interrogativo che Berkeley non avrebbe potuto formulare negli stessi termini: che cosa accade quando quella percezione può essere costruita artificialmente?
La realtà virtuale e l’intelligenza artificiale non dimostrano che Berkeley avesse ragione. Rendono però intuitivamente evidente un problema filosofico che il suo pensiero aveva portato alle estreme conseguenze: non abbiamo accesso al mondo se non attraverso forme di esperienza e interpretazione.
Tra percezione e ragione
Nell’era dell’IA il problema non consiste quindi soltanto nel distinguere il vero dal falso. Dobbiamo imparare a distinguere l’esistenza di un’esperienza dalla realtà di ciò che essa pretende di rappresentare.
Posso realmente vedere un’immagine di una città che non è mai esistita. Posso realmente ascoltare la voce sintetica di una persona che non ha mai pronunciato quelle parole. Posso realmente vivere un’esperienza emotiva all’interno di un ambiente virtuale che non possiede una corrispondente collocazione fisica.
L’esperienza è reale. La rappresentazione può non esserlo. È qui che la filosofia di Berkeley incontra una delle grandi questioni dell’era digitale. La tecnologia sta diventando sempre più capace di controllare ciò che appare ai nostri sensi, mentre l’intelligenza artificiale può generare rappresentazioni realistiche senza che esista l’oggetto o l’evento che sembrano documentare.
La percezione, da sola, non basta più a garantire la verità. Proprio per tale ragione abbiamo bisogno ancora di filosofia, scienza e ragione: non per negare ciò che vediamo, ma per comprendere che cosa stiamo realmente vedendo.
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