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Libri

La fattoria degli animali : quando i potenti cambiano le parole per cambiare la realtà

George Orwell 1940

Pubblicato il 17 agosto 1945, il capolavoro di George Orwell mostra come il controllo del linguaggio e della memoria possa trasformare la percezione della realtà

Fino al paradosso di una società nata proclamando l’uguaglianza nella quale alcuni finiscono per diventare “più uguali” degli altri. Una riflessione ancora attuale nell’era della comunicazione digitale, degli algoritmi e dell’intelligenza artificiale.

Il 17 agosto 1945 usciva in Gran Bretagna Animal Farm: A Fairy Story, conosciuto in Italia come La fattoria degli animali. Dietro l’apparente semplicità di una favola popolata da animali, George Orwell costruì una delle più potenti riflessioni del Novecento sul potere, sulla propaganda e sulla capacità del linguaggio di modificare il modo in cui gli esseri umani interpretano la realtà.

Il libro era stato scritto tra il 1943 e il 1944, ma arrivare alla pubblicazione non fu semplice. Diversi editori lo respinsero e lo stesso Orwell riteneva che una parte delle difficoltà derivasse dal clima politico dell’epoca: l’Unione Sovietica era alleata della Gran Bretagna nella guerra contro la Germania nazista e una satira così esplicita dello stalinismo risultava politicamente scomoda.

Alla fine Secker and Warburg pubblicò il libro il 17 agosto 1945. Ma ridurre La fattoria degli animali esclusivamente a una critica dell’Unione Sovietica significherebbe perdere una parte importante della sua forza. Orwell racconta qualcosa di più generale: che cosa accade alla ragione quando chi possiede il potere riesce anche a controllare le parole con cui descriviamo la realtà ?

Una rivoluzione nata nel nome dell’uguaglianza

La storia è nota. Gli animali della Manor Farm si ribellano al proprietario, il signor Jones. Vogliono liberarsi dallo sfruttamento degli uomini e costruire una società fondata sull’uguaglianza.

All’inizio tutto sembra possibile. La rivoluzione viene accompagnata da principi che dovrebbero impedire agli animali di riprodurre i comportamenti degli uomini. Vengono stabilite regole comuni e la fattoria dovrebbe diventare il luogo nel quale nessun individuo possa dominare gli altri.

Progressivamente, però, i maiali assumono il controllo. Napoleone concentra sempre più potere, mentre Piffero – Squealer nell’originale – assume una funzione essenziale: spiegare agli altri animali perché ciò che il gruppo dirigente sta facendo sarebbe giusto, necessario e perfettamente coerente con gli ideali originari. Per controllare la fattoria, infatti, non basta controllare il cibo, il lavoro o la forza. Bisogna controllare anche l’interpretazione dei fatti.

Quando cambiano le parole

I principi della rivoluzione vengono scritti sul muro della fattoria. Dovrebbero costituire una memoria visibile e condivisa, qualcosa contro cui confrontare le azioni di chi governa. Ma quando i maiali cominciano a comportarsi in modi incompatibili con quei principi, accade qualcosa di straordinario: non viene ammesso che il potere abbia violato la regola. È la regola a essere modificata.

Piccole aggiunte cambiano progressivamente il significato dei comandamenti. Gli animali ricordano vagamente che una frase fosse diversa, ma non ne sono più sicuri. Guardano il muro e trovano una formulazione che sembra dimostrare che il potere abbia sempre avuto ragione.

La manipolazione non consiste soltanto nel pronunciare una menzogna. Consiste nel rendere incerto il confine tra ciò che ricordiamo e ciò che ci viene detto di ricordare. Quando la memoria individuale entra in conflitto con la versione ufficiale, gli animali finiscono per dubitare di se stessi.

Quando alcuni diventano «più uguali» degli altri

È nella trasformazione del principio di uguaglianza che Orwell porta questo meccanismo alle conseguenze più radicali. La rivoluzione era nata affermando che gli animali fossero uguali. Alla fine, quella stessa idea viene manipolata fino a consentire l’esistenza di individui che possono essere considerati «più uguali» degli altri.

Il paradosso è linguisticamente evidente. Se due individui sono uguali, nessuno dei due può essere più uguale dell’altro. Eppure proprio l’assurdità logica della formula ne rivela la potenza. Il potere non ha più bisogno di negare apertamente l’uguaglianza: può conservare la parola e cambiarne il significato.

È forse questo uno dei passaggi più profondi dell’intero romanzo. Il principio originario apparentemente sopravvive, ma è stato svuotato dall’interno. La disuguaglianza può essere presentata come una particolare forma di uguaglianza; il privilegio non appare più come la negazione della regola, perché la regola stessa è stata riscritta per renderlo possibile.

I potenti possono così continuare a richiamarsi agli ideali della rivoluzione mentre costruiscono una società che di quegli ideali rappresenta ormai la negazione.

Controllare la memoria significa controllare il presente

Orwell mostra quanto la memoria sia importante per la libertà. Per giudicare se qualcosa è cambiato dobbiamo infatti poter confrontare il presente con il passato. Se non ricordiamo più ciò che è accaduto ieri, diventa molto difficile dimostrare che oggi qualcuno sta contraddicendo ciò che sosteneva precedentemente.

Gli animali della fattoria possiedono ricordi, ma spesso sono confusi. Alcuni non sanno leggere bene. Altri si affidano a ciò che viene raccontato loro. Il potere può quindi intervenire nello spazio lasciato dall’incertezza.

Il passato viene progressivamente reinterpretato. Gli avversari diventano traditori, gli insuccessi vengono trasformati in successi e le decisioni del gruppo dirigente vengono presentate come necessarie. La realtà non viene cancellata fisicamente. Viene riscritta nella memoria collettiva.

Propaganda e ragione

Piffero è forse uno dei personaggi più interessanti da questo punto di vista. Non governa principalmente attraverso la forza. Governa attraverso la persuasione. Utilizza numeri, argomentazioni, slogan e ricostruzioni degli eventi. Quando la realtà sembra contraddire il racconto ufficiale, produce una spiegazione capace di ristabilire la coerenza.

È una caricatura della propaganda, ma Orwell coglie un problema profondo: la ragione può essere utilizzata non soltanto per cercare la verità, ma anche per costruire giustificazioni. Un’argomentazione può essere formalmente elaborata e tuttavia partire da informazioni false, incomplete o manipolate.

Per questo la capacità di ragionare non può essere separata dalla possibilità di verificare i fatti. Se le premesse vengono controllate da qualcun altro, anche un ragionamento apparentemente coerente può condurre verso una rappresentazione distorta della realtà.

Gli slogan al posto del pensiero

Nella fattoria esiste inoltre un altro potente strumento di controllo: la semplificazione. Idee complesse vengono ridotte a formule brevi, facilmente memorizzabili e ripetibili. Le pecore, in particolare, ripetono gli slogan fino a rendere difficile qualsiasi discussione.

Lo slogan non deve necessariamente dimostrare qualcosa. Deve essere facile da ricordare, immediato e ripetibile. La sua forza nasce proprio dalla capacità di eliminare la complessità. Ragionare richiede tempo. Significa confrontare informazioni, riconoscere contraddizioni, modificare eventualmente la propria opinione. Uno slogan permette invece di classificare rapidamente qualcosa come giusto o sbagliato, amico o nemico. Quando questa logica domina la comunicazione, lo spazio della ragione si restringe.

«Più uguali»: quando la contraddizione non scandalizza più

Il problema, allora, non è soltanto che qualcuno possa proclamarsi «più uguale». È che gli altri possano progressivamente abituarsi a considerare normale una contraddizione. Orwell descrive un processo graduale. I privilegi non arrivano tutti insieme. Ogni cambiamento viene giustificato, spiegato e normalizzato. Ciò che inizialmente avrebbe provocato una reazione diventa prima eccezione, poi consuetudine e infine nuova regola.

Quando si arriva all’idea dei «più uguali», il linguaggio ha ormai cessato di essere uno strumento con cui confrontare le parole con la realtà ed è diventato uno strumento per adattare la realtà alle esigenze del potere.

È una distinzione fondamentale. La ragione cerca di eliminare le contraddizioni; la propaganda può invece cercare di renderle invisibili o accettabili. Quando una società perde la capacità di riconoscere questa differenza, anche l’assurdo può diventare normale.

Orwell e la libertà di pensiero

La travagliata storia editoriale del libro rende questa riflessione ancora più significativa. In un testo pensato come prefazione a La fattoria degli animali, ma non pubblicato insieme alla prima edizione, Orwell rifletteva sulla libertà di stampa e osservava come la minaccia alla libertà di espressione non provenisse necessariamente soltanto dalla censura imposta direttamente dallo Stato.

Editori e intellettuali potevano rinunciare autonomamente a pubblicare determinate opinioni perché alcune idee risultavano politicamente sconvenienti in un particolare momento storico. La questione era quindi più profonda della censura formale. Una società può avere strumenti democratici e libertà giuridicamente riconosciute e sviluppare comunque forme di conformismo capaci di rendere difficile esprimere determinate posizioni.

La libertà di pensiero richiede perciò qualcosa di più dell’assenza di un censore: richiede la disponibilità a confrontarsi con idee scomode e la capacità di distinguere il dissenso dalla falsità.

Dalla fattoria ai social network

A distanza di oltre ottant’anni, sarebbe semplicistico affermare che Orwell abbia “previsto” Internet, i social network o gli algoritmi. Non lo ha fatto. Ma alcuni dei meccanismi cognitivi descritti nella sua favola politica assumono una nuova rilevanza nell’ambiente digitale. Oggi la comunicazione pubblica è caratterizzata da una velocità che Orwell non avrebbe potuto immaginare. Milioni di messaggi, immagini e video vengono prodotti e condivisi continuamente.

Anche il passato può essere modificato con estrema facilità: un post può essere cancellato, una pagina aggiornata, un’immagine alterata, un video estratto dal proprio contesto. Contemporaneamente, però, Internet offre possibilità di verifica senza precedenti: archivi, documenti originali, banche dati e fonti provenienti da ogni parte del mondo possono essere consultati rapidamente. La tecnologia, quindi, non determina automaticamente né libertà né manipolazione. Amplifica entrambe le possibilità.

Gli algoritmi e la realtà che vediamo

Esiste poi un’altra trasformazione. Una parte crescente delle informazioni che incontriamo non viene scelta direttamente da noi, ma selezionata da sistemi algoritmici. Feed social, motori di ricerca, piattaforme video e sistemi di raccomandazione stabiliscono quali contenuti mostrarci sulla base di molteplici criteri.

Questo non equivale al controllo totalitario raccontato da Orwell e confondere i due fenomeni sarebbe scorretto. Ma pone una domanda differente e importante: quanto della realtà che percepiamo dipende dalla selezione delle informazioni alle quali siamo esposti?

Nessun essere umano può osservare direttamente tutto ciò che accade nel mondo. La nostra rappresentazione della realtà è sempre mediata. Nell’era digitale, una parte crescente di questa mediazione è automatizzata. Comprendere i criteri attraverso i quali l’informazione viene selezionata diventa quindi una componente della capacità di ragionare criticamente.

L’intelligenza artificiale e il problema della verità

L’intelligenza artificiale aggiunge un ulteriore livello. Per molto tempo la questione centrale della comunicazione digitale è stata stabilire se una determinata informazione fosse vera. Oggi dobbiamo spesso chiederci anche se l’immagine, la voce, il testo o il video che stiamo osservando corrispondano a qualcosa realmente accaduto.

Sistemi generativi possono produrre contenuti estremamente realistici senza che dietro di essi esista necessariamente l’evento rappresentato. Ancora una volta, però, il problema non è la tecnologia in sé. Gli stessi strumenti possono aiutare nella ricerca, nell’analisi delle informazioni, nella traduzione, nell’accessibilità e nella verifica.

La questione decisiva riguarda il rapporto tra strumenti, persone e responsabilità. Se diventa più facile produrre rappresentazioni plausibili della realtà, diventa ancora più importante sviluppare metodi per verificarle.

Non c’è ragione senza memoria

È qui che La fattoria degli animali conserva una sorprendente attualità. Gli animali perdono progressivamente la propria libertà non soltanto perché qualcuno è più forte di loro. La perdono anche perché non riescono più a stabilire con certezza che cosa sia accaduto, quali fossero le regole e che cosa significassero le parole utilizzate per descrivere la loro società.

La ragione ha bisogno della memoria. Ha bisogno di parole il cui significato possa essere discusso. Ha bisogno di fatti che possano essere verificati. E soprattutto ha bisogno della possibilità di dire che una contraddizione è una contraddizione, anche quando riconoscerla è scomodo.

Perché nel momento in cui diventa possibile sostenere che qualcuno sia «più uguale» degli altri senza che l’assurdità dell’affermazione venga più percepita, il problema non riguarda soltanto il linguaggio. Riguarda la capacità stessa di distinguere una descrizione della realtà dalla sua manipolazione.

Quando cambiare le parole significa cambiare la realtà

Orwell non sostiene che basti modificare una parola perché il mondo fisico cambi. La fame rimane fame. La fatica rimane fatica. La disuguaglianza rimane disuguaglianza. Ma se cambia il linguaggio attraverso il quale interpretiamo questi fenomeni, può cambiare il nostro giudizio su di essi.

Ed è qui che linguaggio e potere si incontrano. Chi riesce a stabilire quali parole possono essere utilizzate, quale significato debbano avere e quale versione del passato debba essere ricordata acquisisce una capacità enorme di orientare la percezione collettiva.

La fattoria degli animali, pubblicata il 17 agosto 1945, continua per questo a parlare ben oltre il contesto storico che l’ha generata. La formula dei «più uguali» ne rappresenta una sintesi straordinariamente efficace: il privilegio non viene più presentato come negazione dell’uguaglianza, ma viene fatto entrare dentro la stessa definizione di uguaglianza.

La domanda più inquietante di Orwell non riguarda quindi soltanto chi possiede il potere. Riguarda ciascuno di noi: se qualcuno cambiasse progressivamente le parole con cui descriviamo il mondo, saremmo ancora capaci di accorgerci che è cambiata anche la nostra percezione della realtà ?

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