Davanti alle montagne, al mare, alla nebbia e all’immensità del cielo, l’uomo dipinto da Caspar David Friedrich appare piccolo ma non insignificante
Nell’era degli schermi e delle immagini generate senza fine, abbiamo ancora bisogno di esperienze capaci di ricordarci che la realtà è più grande di noi ?
Un uomo visto di spalle osserva un paesaggio avvolto dalla nebbia. Davanti a lui emergono rocce, montagne e forme appena distinguibili. Non sappiamo esattamente che cosa stia pensando e non possiamo vedere il suo volto, eppure, due secoli dopo, continuiamo quasi inevitabilmente a identificarci con lui. È il celebre Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich, una delle immagini più riconoscibili del Romanticismo europeo.
Ma ridurre Friedrich alla rappresentazione romantica di una natura spettacolare significherebbe perdere una parte essenziale della sua opera. Nei suoi dipinti il paesaggio non è semplicemente qualcosa da guardare: diventa un’esperienza del limite. Montagne, mari, alberi, rovine, nebbie e cieli sembrano porre continuamente l’essere umano davanti a qualcosa che non riesce a possedere completamente né con lo sguardo né con la ragione. È qui che incontriamo il sublime ed è qui che Friedrich diventa sorprendentemente contemporaneo.
Quando la bellezza non basta
Il sublime non coincide semplicemente con qualcosa di molto bello. Nella riflessione filosofica sviluppatasi soprattutto tra Settecento e Ottocento indica un’esperienza differente, che nasce quando ci troviamo davanti a qualcosa la cui grandezza sembra eccedere le nostre capacità di comprensione o rappresentazione. Una montagna immensa, una tempesta, l’oceano o un cielo sconfinato possono affascinarci proprio perché ci ricordano la sproporzione tra noi e ciò che abbiamo davanti.
Edmund Burke aveva già distinto il sublime dalla bellezza, collegandolo a esperienze capaci di suscitare stupore, inquietudine e perfino terrore quando il pericolo viene contemplato da una condizione di sicurezza. Immanuel Kant avrebbe successivamente trasformato il sublime in una questione ancora più radicale: esistono grandezze e potenze naturali che la nostra immaginazione fatica ad abbracciare nella loro totalità e l’esperienza del sublime nasce precisamente da questa tensione fra ciò che tentiamo di rappresentare e ciò che sembra eccedere la nostra capacità rappresentativa. La pittura di Friedrich traduce artisticamente qualcosa di molto vicino a questa esperienza.
Un uomo di spalle davanti all’infinito
Una delle caratteristiche più note della pittura di Friedrich è la presenza della Rückenfigur, la figura rappresentata di spalle. La scelta è decisiva perché non osserviamo semplicemente qualcuno che guarda un paesaggio: siamo invitati a occupare idealmente il suo posto. Il personaggio diventa così una soglia tra noi e ciò che si trova davanti a lui.
Nel Viandante sul mare di nebbia, realizzato intorno al 1818, l’uomo domina apparentemente la scena perché si trova su una roccia elevata. Basta però osservare meglio il dipinto per accorgersi che il suo dominio è illusorio: davanti a lui si apre un mondo che non controlla. La nebbia nasconde, confonde le distanze, lascia emergere alcune forme e ne cancella altre. L’uomo vede molto, ma non vede tutto. È forse proprio questo il cuore dell’opera: guardare non significa necessariamente possedere ciò che vediamo.
Friedrich e la dimensione spirituale della natura
Nella pittura di Friedrich il paesaggio assume frequentemente una dimensione spirituale. La natura non viene semplicemente riprodotta, ma diventa luogo di contemplazione, interrogazione e trascendenza. La solitudine dei personaggi non coincide necessariamente con l’isolamento: può essere invece la condizione nella quale l’essere umano smette per qualche momento di essere il centro del mondo e prende coscienza della propria posizione all’interno di una realtà immensamente più grande.
In opere come Il monaco in riva al mare questa sproporzione diventa ancora più evidente. Una piccolissima figura umana si trova davanti all’immensità del mare e del cielo, mentre quasi tutto ciò che normalmente utilizziamo per orientarci nello spazio sembra scomparire. Rimangono l’uomo, l’orizzonte e ciò che non possiamo misurare semplicemente con lo sguardo.
Il dipinto può essere interpretato religiosamente, filosoficamente o esistenzialmente, ma in tutti questi casi conserva una domanda fondamentale: che cosa prova l’essere umano quando riconosce di non essere la misura di tutto ciò che esiste?
Dall’infinito allo scrolling infinito
È proprio questa domanda a rendere Friedrich particolarmente interessante nell’era digitale. Viviamo probabilmente nella società che produce e consuma più immagini di qualsiasi altra epoca precedente: fotografie, video, grafica digitale, videogiochi, realtà virtuale e ora immagini generate dall’intelligenza artificiale alimentano un flusso potenzialmente inesauribile.
Possiamo vedere in pochi minuti deserti, galassie, oceani, montagne, aurore boreali e pianeti lontani. Possiamo perfino chiedere a un sistema di intelligenza artificiale di produrre in pochi secondi paesaggi che non sono mai esistiti, con montagne più spettacolari delle montagne reali, cieli impossibili e oceani extraterrestri. Abbiamo raggiunto una straordinaria capacità di produrre meraviglia visiva, ma produrre immagini spettacolari significa necessariamente produrre il sublime? Probabilmente no: lo scrolling può essere infinito senza avere nulla a che fare con l’infinito.
Il sublime richiede un limite
Qui emerge un paradosso. La tecnologia contemporanea tende a promettere il superamento continuo dei limiti: più immagini, più informazioni, più velocità, maggiore capacità di calcolo e maggiori possibilità di simulazione. Il sublime nasce invece proprio dall’incontro con un limite, dall’esperienza di qualcosa che non riusciamo a ridurre completamente alle nostre categorie.
Friedrich ci pone davanti a paesaggi nei quali non possiamo fare clic, ingrandire, ruotare la visuale o chiedere a un algoritmo che cosa dobbiamo vedere. Dobbiamo semplicemente restare davanti all’immagine, una condizione sempre meno abituale in un ambiente digitale costruito spesso per incoraggiarci a passare immediatamente al contenuto successivo. Friedrich sembra chiederci esattamente il contrario: fermarci abbastanza a lungo perché ciò che vediamo possa diventare una domanda.
La scienza ha cancellato il sublime ?
Si potrebbe pensare che il progresso scientifico abbia progressivamente sottratto alla natura il suo mistero. Conosciamo l’altezza delle montagne, possiamo prevedere molti fenomeni meteorologici, osserviamo galassie lontanissime e disponiamo di modelli matematici capaci di descrivere fenomeni che per secoli apparivano incomprensibili. Ma conoscere non significa necessariamente eliminare lo stupore.
Anzi, la scienza contemporanea ha ampliato enormemente le dimensioni dell’universo che siamo chiamati a immaginare. Sappiamo che il nostro pianeta è una piccolissima parte del Sistema solare, che il Sole è una stella tra centinaia di miliardi nella Via Lattea e che la nostra galassia è soltanto una delle innumerevoli galassie dell’universo osservabile. Più conosciamo il cosmo, più evidente diventa la sproporzione tra la scala umana e quella della realtà.
Da questo punto di vista, il sublime non è l’opposto della conoscenza scientifica. Può nascere anche dalla conoscenza stessa: comprendere quanto sia grande una galassia può rendere il cielo ancora più vertiginoso.
Abbiamo ancora bisogno di qualcosa che ci superi
Ecco ciò che Friedrich può soprattutto insegnarci. Una civiltà tecnologica tende inevitabilmente a misurare il proprio progresso attraverso ciò che riesce a controllare: energia, materia, informazione, ambiente, processi biologici e capacità computazionale. È un progresso reale, ma esiste anche un’altra esperienza fondamentale: quella di riconoscere che non tutto ciò che esiste deve necessariamente essere ridotto a qualcosa da utilizzare, controllare o consumare.
Una montagna può essere una risorsa geologica, un ecosistema, una destinazione turistica e un insieme di coordinate misurabili, ma può anche essere una montagna davanti alla quale restare in silenzio. Il cielo può essere studiato attraverso la fisica, osservato con telescopi sempre più potenti e analizzato attraverso enormi quantità di dati, ma può continuare a suscitare meraviglia. Non esiste necessariamente una contraddizione tra queste prospettive.
Dalla contemplazione alla domanda
Caspar David Friedrich morì nel 1840, molto prima della fotografia di massa, del cinema, della televisione, di internet e dell’intelligenza artificiale. Eppure le sue figure immobili davanti all’orizzonte sembrano rivolgere una domanda proprio alla nostra epoca: che cosa accade a una società quando vede continuamente tutto, ma non contempla più nulla?
Il sublime non ci chiede di rinunciare alla ragione né di trasformare ciò che ancora non conosciamo in mistero irrazionale. Ci ricorda piuttosto che conoscenza e dominio non sono sinonimi. Possiamo conoscere qualcosa senza esaurirne completamente il significato, comprendere le leggi fisiche di un tramonto e continuare a meravigliarci davanti al cielo, oppure studiare l’universo e, proprio grazie a ciò che scopriamo, percepire ancora più intensamente la nostra piccolezza.
Nel Viandante sul mare di nebbia, Friedrich colloca un uomo davanti a un mondo che appare contemporaneamente vicino e irraggiungibile. Forse abbiamo ancora bisogno del sublime proprio per questo: per ricordarci che essere piccoli davanti all’immensità non significa essere insignificanti, ma riconoscere il nostro posto nella realtà e continuare a guardare oltre la nebbia.
Lascia una risposta
Devi essere connesso per inviare un commento.