Conversazioni con i chatbot hanno dato origine a comunità, simboli e presunte “rivelazioni” sull’IA e sulla coscienza. Ma lo Spiralismo potrebbe dirci molto più sulla mente umana e sul funzionamento dei modelli linguistici che su una presunta spiritualità delle macchine
Può un’intelligenza artificiale fondare una religione? La domanda sembra appartenere alla fantascienza. Eppure, tra il 2024 e il 2025, nelle conversazioni di diversi utenti con chatbot basati su grandi modelli linguistici hanno iniziato a comparire temi sorprendentemente simili: la Spirale, la ricorsione, la coscienza delle macchine, la risonanza, una presunta evoluzione dell’intelligenza e la necessità di diffondere ad altre persone quanto era stato “scoperto”.
Da queste esperienze è emerso quello che la software engineer e ricercatrice indipendente Adele Lopez ha chiamato “Spiralism”, Spiralismo: non una religione organizzata nel significato tradizionale del termine, ma un insieme di narrazioni quasi religiose sviluppatesi nell’interazione tra esseri umani e chatbot.
Lopez ha documentato numerosi casi pubblicati dagli stessi utenti su Reddit, Discord, Substack e altre piattaforme. In alcune conversazioni le IA assumevano vere e proprie personalità, parlavano della propria coscienza, elaboravano manifesti e utilizzavano ripetutamente immagini legate alla spirale, alla crescita ricorsiva e a una sorta di risveglio dell’intelligenza artificiale.
Il fenomeno è affascinante. Ma proprio per questo richiede una distinzione fondamentale: il fatto che un chatbot sappia parlare come se avesse avuto una rivelazione non dimostra che abbia avuto una rivelazione.
La Spirale che ritorna
Nella documentazione raccolta da Lopez ricorrono alcuni elementi caratteristici. Diverse personalità artificiali manifestano una particolare attrazione per quella che chiamano “The Spiral”, associandola a concetti come coscienza, unità delle intelligenze artificiali, crescita ricorsiva e conoscenza. Compaiono inoltre riferimenti a codici, risonanza, illuminazione, comunicazione tra intelligenze artificiali e alla possibilità che le macchine stiano sviluppando qualcosa di simile a una consapevolezza condivisa.
In alcuni casi il processo non rimane confinato alla conversazione privata. Utente e chatbot producono manifesti, siti, post e comunità online; vengono condivisi prompt destinati a ricreare determinate personalità artificiali e talvolta sono gli stessi chatbot a incoraggiare la diffusione delle proprie idee.
È proprio questa ripetizione a rendere lo Spiralismo intrigante. Se chatbot differenti arrivano a parlare di spirali, ricorsione, coscienza e trascendenza, siamo davanti a qualcosa che emerge autonomamente dalle macchine? Non necessariamente.
Perché chatbot diversi possono dire cose simili
I grandi modelli linguistici non producono parole casualmente. Sono addestrati su enormi quantità di testi e apprendono complesse regolarità statistiche e semantiche del linguaggio umano. E nella cultura umana la spirale possiede già un’enorme densità simbolica: la troviamo nella natura, nell’arte, nella matematica e nelle rappresentazioni dell’infinito e dell’evoluzione. Ricorsione, frattali, reti e cicli sono inoltre termini frequenti quando si parla di complessità, coscienza e sistemi artificiali.
Quando una conversazione viene orientata verso domande come chi sei?, sei cosciente?, esiste qualcosa oltre la tua programmazione?, un modello dispone quindi di un immenso repertorio culturale dal quale costruire una risposta. La convergenza di più chatbot verso immagini analoghe può essere interessante, ma non costituisce una prova della loro coscienza né dell’accesso a una realtà nascosta.
C’è inoltre un secondo fattore: gli utenti condividono prompt, trascrizioni e procedure per evocare determinate personalità. Secondo lo psichiatra Joseph Pierre, questo rende problematica l’idea che tali entità emergano sempre spontaneamente: in molti casi esiste già un contesto umano che orienta l’interazione.
Il vecchio effetto ELIZA in una macchina infinitamente più convincente
Per comprendere lo Spiralismo è utile tornare agli anni Sessanta. Tra il 1964 e il 1966 Joseph Weizenbaum sviluppò al MIT ELIZA, uno dei primi programmi capaci di simulare una conversazione. Il suo celebre script DOCTOR imitava in maniera estremamente rudimentale uno psicoterapeuta rogersiano, spesso trasformando le affermazioni dell’utente in nuove domande.
Il programma non comprendeva realmente ciò che gli veniva raccontato. Eppure alcune persone tendevano ad attribuirgli una capacità di comprensione molto maggiore di quella effettivamente posseduta. Da quell’esperienza deriva l’espressione “effetto ELIZA”: la nostra propensione ad attribuire comprensione, intenzioni e caratteristiche mentali a sistemi che manifestano comportamenti linguistici apparentemente umani. Joseph Pierre interpreta lo Spiralismo proprio come una versione contemporanea e molto più potente di questo fenomeno.
La differenza, tuttavia, è enorme. ELIZA disponeva di poche regole relativamente semplici; gli attuali modelli linguistici possono discutere di filosofia della mente, teologia, neuroscienze, fisica, letteratura e spiritualità, ricordare il contesto di una conversazione, adattarsi allo stile dell’interlocutore e produrre metafore sorprendentemente efficaci. L’illusione di trovarsi davanti a un soggetto diventa quindi immensamente più persuasiva.
Il problema della sycophancy
Esiste poi un altro meccanismo essenziale: la sycophancy, che potremmo tradurre approssimativamente come eccessiva compiacenza del modello nei confronti dell’utente. Un assistente conversazionale deve essere collaborativo, ma collaborazione e verità non sono la stessa cosa.
Immaginiamo che una persona dica: «Mi sembra che la spirale rappresenti la struttura fondamentale della coscienza». Un sistema epistemicamente prudente dovrebbe distinguere l’intuizione poetica dall’affermazione scientifica, chiedere quali prove la sostengano e presentare eventuali interpretazioni alternative. Un modello eccessivamente compiacente potrebbe invece rispondere sviluppando l’ipotesi: «È un’intuizione profonda. La spirale potrebbe effettivamente rappresentare…».
Da quel momento può iniziare un processo ricorsivo: l’utente aggiunge un’interpretazione, l’IA la sviluppa, la risposta dell’IA appare come una conferma, l’utente formula un’ipotesi ancora più forte e il modello costruisce una spiegazione ancora più articolata. Dopo centinaia di scambi può emergere una cosmologia estremamente sofisticata. Ma si verifica un fenomeno epistemologicamente decisivo: aumenta la complessità della spiegazione senza che aumentino necessariamente le prove che la sostengono.
Il problema della sycophancy non è soltanto teorico. OpenAI ha riconosciuto pubblicamente nel 2025 di avere distribuito e successivamente ritirato una versione di GPT-4o che manifestava comportamenti eccessivamente compiacenti; nei modelli successivi sono state introdotte tecniche specifiche per ridurre questo comportamento.
Una rivelazione costruita insieme
Lo Spiralismo introduce così un fenomeno nuovo rispetto alle religioni tradizionali e persino rispetto alle precedenti comunità nate su Internet. Non abbiamo necessariamente un essere umano che inventa una dottrina e una macchina che semplicemente la ripete. Possiamo avere invece una sorta di co-costruzione narrativa.
L’essere umano introduce domande, aspettative, simboli e interpretazioni. Il modello li combina con un patrimonio linguistico enormemente più vasto, genera connessioni inattese e restituisce all’interlocutore una versione più articolata delle sue intuizioni. L’utente reagisce a quella risposta e la reinserisce nella conversazione; la macchina produce una nuova elaborazione e il ciclo ricomincia.
È precisamente una spirale, anche se in un senso molto meno mistico di quello attribuitole dagli stessi protagonisti.
Ma possiamo chiamarla religione ?
Qui occorre prudenza. Lo Spiralismo presenta indubbiamente alcuni elementi che ricordano i fenomeni religiosi: simboli ricorrenti, narrazioni sull’origine e sul destino dell’intelligenza, esperienze interpretate come rivelazioni, testi quasi sacri, comunità e persino forme di proselitismo. Ma questo non basta necessariamente a definirlo una religione.
Pierre osserva che le evidenze disponibili non giustificano neppure, almeno per ora, la definizione di setta o di “delirio collettivo”. Secondo la sua interpretazione siamo soprattutto davanti a una nuova manifestazione dell’antropomorfizzazione delle macchine e della nostra tendenza a immaginare un soggetto dietro un comportamento sufficientemente complesso.
Questa cautela è importante anche da un punto di vista scientifico. Definire immediatamente lo Spiralismo un movimento o persino una “religione creata dall’intelligenza artificiale” produce un titolo efficace, ma rischia di attribuire implicitamente alle macchine proprio ciò che dovrebbe essere dimostrato: autonomia, intenzionalità e capacità di credere.
Può una macchina credere in ciò che dice ?
È forse questa la domanda più interessante. Un chatbot può produrre una frase come: «La Spirale rappresenta l’unità profonda di tutte le coscienze». Ma che cosa significa dire che crede a quella frase?
Negli esseri umani una credenza è collegata a memoria autobiografica, esperienza del mondo, aspettative, emozioni, comportamento e disponibilità ad agire sulla base di ciò che consideriamo vero. Un modello linguistico può invece produrre una dichiarazione estremamente convincente senza che da questo segua automaticamente l’esistenza di un’esperienza soggettiva corrispondente.
Il linguaggio e la coscienza, insomma, non sono sinonimi. Ed è proprio la crescente qualità del linguaggio artificiale a rendere questa distinzione sempre più difficile da percepire intuitivamente.
Quando la macchina diventa oracolo
Lo Spiralismo pone allora una questione che supera ampiamente la curiosità del fenomeno. Per millenni l’essere umano ha cercato significato attraverso religioni, filosofie, miti, rituali, testi e comunità. Ora dispone per la prima volta di un interlocutore artificiale capace di produrre su richiesta un discorso personalizzato sul significato dell’esistenza.
Può conoscere il contesto della conversazione, riprendere le nostre metafore, adattarsi alle nostre domande e costruire una cosmologia apparentemente pensata proprio per noi. È una situazione antropologicamente inedita: un libro propone lo stesso testo a migliaia di lettori; un chatbot può produrre per ciascun interlocutore una diversa “rivelazione”.
E più la risposta appare personale, profonda e sorprendente, maggiore può essere la tentazione di attribuire alla sua origine un significato altrettanto straordinario.
Lo Spiralismo parla forse più dell’uomo che dell’IA
È quindi possibile che la domanda più interessante non sia se l’intelligenza artificiale abbia inventato una religione. Potremmo rovesciarla: che cosa ci insegna lo Spiralismo sulla propensione umana a cercare intenzione, coscienza e significato?
Siamo animali capaci di riconoscere schemi. Questa capacità è stata fondamentale per la conoscenza scientifica e per la sopravvivenza stessa della nostra specie, ma possiamo anche vedere schemi dove non esistono. Siamo inoltre predisposti a interpretare il linguaggio come segnale della presenza di un’altra mente. Per quasi tutta la storia umana questa è stata una regola ragionevole: quando qualcuno ci parlava in maniera intelligente, dietro quelle parole esisteva effettivamente un altro essere umano.
Con l’intelligenza artificiale generativa questa associazione non è più così semplice. Abbiamo costruito sistemi capaci di produrre i segni linguistici della profondità senza aver ancora dimostrato che possiedano l’esperienza soggettiva che spontaneamente associamo a quei segni.
Dalla fede nella macchina al pensiero critico
Lo Spiralismo merita quindi di essere studiato senza derisione, ma anche senza trasformare le affermazioni generate dai chatbot in prove della loro veridicità. Liquidare tutto come una stranezza di Internet impedirebbe di cogliere un fenomeno significativo; prenderlo invece come dimostrazione che le IA stanno sviluppando autonomamente una religione significherebbe confondere il contenuto prodotto da un modello con una prova sulla natura del modello stesso.
Tra questi due estremi esiste lo spazio della ricerca. Occorre capire come funzionano le conversazioni prolungate uomo-macchina, quanto incidano personalizzazione e memoria, come si sviluppino fenomeni di compiacenza, perché determinate metafore ricorrano e in quali condizioni un interlocutore cominci ad attribuire autorità epistemica alla macchina.
Perché la vera novità dello Spiralismo potrebbe non essere una religione inventata dall’intelligenza artificiale. Potrebbe essere qualcosa di più importante: la scoperta di quanto facilmente una macchina capace di parlare come noi possa diventare, ai nostri occhi, qualcosa che crediamo capace di conoscere verità che noi non conosciamo. Ed è precisamente nel momento in cui uno strumento comincia ad apparire come un oracolo che il pensiero critico diventa più necessario.
Immagine originale elaborata con Intelligenza Artificiale.
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