Scienza, fede, ragione, informazione. Direttore Paolo Centofanti

News 2026

Il disco d’oro delle sonde Voyager cinquant’anni dopo

Voyager disco oro NASA

Carl Sagan e la domanda che attraversa il tempo : quale immagine dell’umanità consegniamo all’universo ?

Cinquant’anni fa, nel 1977, le sonde Voyager 1 e Voyager 2 lasciavano la Terra portando con sé un oggetto destinato a diventare uno dei simboli più affascinanti della storia dell’esplorazione spaziale: il Golden Record, il celebre disco d’oro progettato sotto la guida dell’astronomo Carl Sagan. Più che un semplice supporto contenente informazioni, quel disco rappresentava una dichiarazione di identità. Era il tentativo, forse il primo nella storia dell’umanità, di raccontare chi siamo a un interlocutore sconosciuto, forse inesistente, forse lontanissimo nel tempo e nello spazio.

A mezzo secolo di distanza, mentre l’intelligenza artificiale trasforma il modo in cui produciamo conoscenza, comunichiamo e persino rappresentiamo noi stessi, quella domanda assume un significato nuovo: quale immagine dell’umanità stiamo consegnando all’universo?

Un messaggio destinato all’ignoto e a potenziali civiltà extraterrestri

Il Golden Record non era stato progettato per essere utile agli scienziati terrestri. Era pensato come un messaggio per eventuali civiltà extraterrestri che, un giorno remoto, avrebbero potuto intercettare una delle Voyager.

Sul disco furono raccolti saluti in decine di lingue, musiche provenienti da culture differenti, immagini della Terra, della natura, degli animali, delle città, della scienza, della matematica e della vita quotidiana. Vi erano il battito del cuore umano, il pianto di un neonato, il rumore del vento, il canto degli uccelli, il suono delle onde e persino la registrazione dell’attività elettrica del cervello umano. La domanda implicita era semplice solo in apparenza: che cosa significa essere umani?

Carl Sagan e la responsabilità del racconto

Carl Sagan comprese che nessun archivio avrebbe potuto rappresentare l’intera complessità della civiltà terrestre. Ogni scelta avrebbe inevitabilmente escluso qualcosa.

Il disco non raccontava le guerre, gli odi, le ingiustizie o le violenze che hanno attraversato la nostra storia. Non perché non esistessero, ma perché il suo scopo non era offrire una cronaca completa dell’umanità, bensì testimoniare il meglio delle sue possibilità. Era, in fondo, un esercizio di speranza. Sagan sembrava suggerire che una civiltà si definisce non soltanto da ciò che è, ma anche da ciò che desidera diventare.

L’intelligenza artificiale come nuovo specchio dell’uomo

Oggi il problema si ripresenta sotto una forma inattesa. Le grandi piattaforme di intelligenza artificiale vengono addestrate su miliardi di testi, immagini, conversazioni e documenti prodotti dall’umanità. In un certo senso, stiamo costruendo enormi “dischi d’oro digitali” destinati non a civiltà extraterrestri, ma alle macchine che collaboreranno con noi e forse alle generazioni future.

L’IA apprende da ciò che trova

Se il patrimonio culturale digitale è ricco di conoscenza, creatività, dialogo e ricerca della verità, questi elementi contribuiranno a orientarne lo sviluppo. Se invece prevalgono superficialità, polarizzazione, manipolazione e odio, anche questi contenuti entreranno a far parte dell’immenso specchio con cui le macchine interpreteranno l’essere umano. La questione non riguarda soltanto la tecnologia. Riguarda la qualità della nostra civiltà.

Che cosa scegliamo di conservare?

Il Golden Record costrinse un gruppo di studiosi a porsi una domanda difficile: quali immagini meritano di rappresentare l’umanità? Oggi produciamo ogni giorno una quantità di informazioni immensamente superiore a quella contenuta nel disco delle Voyager. Eppure, proprio l’abbondanza rischia di renderci meno consapevoli delle nostre scelte.

Ogni fotografia pubblicata, ogni articolo scritto, ogni contenuto condiviso, ogni algoritmo addestrato contribuisce a costruire la memoria collettiva della nostra specie. L’intelligenza artificiale rende evidente una responsabilità che spesso dimentichiamo: la memoria non è soltanto ciò che conserviamo, ma anche ciò che scegliamo di trasmettere.

Una domanda anche spirituale

La riflessione proposta dal Golden Record non appartiene soltanto all’astronomia. Essa tocca la filosofia, l’etica e persino la spiritualità. Molte tradizioni religiose ricordano che l’essere umano è chiamato a essere custode della creazione e testimone della propria dignità. Raccontare chi siamo significa anche interrogarsi sul significato della persona, della libertà, della solidarietà, della bellezza e della ricerca della verità.

Se un giorno qualcuno trovasse davvero quel disco, comprenderebbe probabilmente molto poco della nostra tecnologia. Ma potrebbe intuire qualcosa della nostra capacità di stupirci davanti all’universo. Ed è forse proprio lo stupore la caratteristica più profondamente umana.

Cinquant’anni dopo, il messaggio continua

Le Voyager stanno ancora viaggiando nello spazio interstellare. Continueranno il loro percorso per milioni di anni, quando la civiltà che le ha costruite potrebbe essere profondamente cambiata o addirittura scomparsa. Quel piccolo disco d’oro ci ricorda che ogni generazione lascia un messaggio a chi verrà dopo.

Oggi non inviamo soltanto sonde oltre i confini del Sistema Solare. Affidiamo ogni giorno alla rete globale, ai grandi archivi digitali e ai sistemi di intelligenza artificiale una rappresentazione dell’umanità che influenzerà il futuro.

La domanda immaginata da Carl Sagan continua quindi a interrogarci con sorprendente attualità: se dovessimo raccontare oggi chi siamo, sceglieremmo ancora le stesse immagini? Oppure l’era digitale ci invita a riscoprire quali valori meritano davvero di essere consegnati, non solo all’universo, ma anche alle generazioni che verranno?

Immagine: cortesia NASA / JPL.

Lascia una risposta