Il 15 agosto 1977 il radiotelescopio Big Ear registrò un segnale radio tanto insolito da diventare uno dei più celebri enigmi della ricerca di intelligenze extraterrestri
Non è mai stato confermato come messaggio alieno e non è mai più stato rilevato nello stesso modo. A 49 anni di distanza, il Wow signal rimane soprattutto una straordinaria lezione sul metodo scientifico: qual è la differenza tra un’evidenza, un’ipotesi e ciò che desideriamo sia vero ?
Il 15 agosto 1977 il radiotelescopio Big Ear della Ohio State University stava osservando il cielo alla ricerca di segnali radio a banda stretta quando registrò qualcosa di straordinariamente insolito. Il segnale durò poco più di un minuto e presentava caratteristiche compatibili con quelle che i ricercatori si sarebbero potuti attendere da una sorgente celeste.
Qualche tempo dopo, esaminando i dati stampati dal computer, l’astronomo Jerry Ehman si accorse di una sequenza particolarmente anomala: 6EQUJ5. Quelle sei cifre e lettere non costituivano un messaggio, ma rappresentavano differenti livelli dell’intensità radio rilevata dal telescopio. Il segnale appariva tuttavia così sorprendente che Ehman cerchiò la sequenza e scrisse accanto, con una penna rossa, una sola parola: Wow ! Quel commento spontaneo sarebbe diventato il nome di uno dei segnali radio più famosi nella storia della ricerca di intelligenza extraterrestre. Quarantanove anni dopo, tuttavia, non sappiamo ancora con certezza che cosa lo abbia prodotto. Ed è proprio questo a rendere il Wow signal scientificamente molto più interessante della leggenda che lo circonda.
Un segnale insolito e straordinariamente interessante
Il Wow signal possedeva alcune caratteristiche capaci di attirare immediatamente l’attenzione degli astronomi impegnati nella ricerca SETI. Era un segnale molto intenso e a banda stretta e venne rilevato vicino alla frequenza della celebre riga dell’idrogeno neutro, intorno ai 1420 MHz. Non è un dettaglio irrilevante: l’idrogeno è l’elemento più abbondante dell’Universo e proprio questa regione dello spettro radio è stata storicamente considerata particolarmente interessante nella ricerca di eventuali comunicazioni interstellari.
Anche l’andamento dell’intensità risultava significativo. Il segnale aumentò e successivamente diminuì seguendo sostanzialmente ciò che ci si sarebbe aspettati mentre, a causa della rotazione terrestre, una sorgente celeste attraversava il fascio di osservazione del radiotelescopio. Non sembrava quindi semplicemente un impulso casuale. Per chi cercava possibili segnali provenienti da altre civiltà, era difficile immaginare qualcosa di più affascinante. Ma nella scienza affascinante non significa dimostrato.
Il segnale che non tornò
Big Ear disponeva di due fasci di osservazione. Una sorgente celeste continua avrebbe normalmente dovuto essere intercettata nuovamente pochi minuti dopo dal secondo fascio. Il Wow signal non ricomparve. Nei giorni, nei mesi e negli anni successivi furono effettuate numerose osservazioni della regione del cielo dalla quale sembrava provenire e altri radiotelescopi hanno continuato nel tempo a cercare possibili segnali associabili all’evento. Nessuno è riuscito a riprodurre quella particolare osservazione.
Ed è questo il problema fondamentale. Il SETI Institute afferma ancora oggi con chiarezza che nessuna ricerca SETI ha finora ottenuto un segnale extraterrestre confermato. Il Wow signal rimane inspiegato e interessante, ma non costituisce una prova dell’esistenza di una civiltà extraterrestre. La differenza tra queste due affermazioni è enorme.
Evidenza non significa spiegazione
Il Wow signal permette di distinguere almeno tre livelli che nel racconto pubblico della scienza vengono spesso confusi. Il primo è l’osservazione: qualcosa è stato effettivamente rilevato il 15 agosto 1977. Non stiamo parlando di una leggenda, di una fotografia ambigua o del racconto di un testimone. Un radiotelescopio ha registrato un segnale anomalo e ne possediamo i dati.
Il secondo livello è l’interpretazione. Che cosa ha prodotto quel segnale? Qui cominciano le ipotesi: interferenza terrestre, fenomeno astrofisico naturale, sorgente artificiale terrestre, fenomeno ancora non identificato o, naturalmente, trasmissione proveniente da una tecnologia extraterrestre. Il terzo livello è la conclusione, ed è proprio questo livello che non abbiamo raggiunto. Sappiamo che il segnale esisteva; non sappiamo con sufficiente certezza che cosa lo abbia generato. Il passaggio da «abbiamo osservato qualcosa di insolito» a «abbiamo trovato gli extraterrestri» sarebbe quindi epistemologicamente illegittimo.
Le aspettative possono influenzare ciò che vediamo ?
Il caso diventa ancora più interessante se consideriamo una caratteristica profondamente umana della ricerca scientifica. Gli scienziati non sono osservatori privi di aspettative: formulano ipotesi proprio perché cercano qualcosa. Un ricercatore SETI osserva il cielo perché considera possibile trovare una tecnofirma prodotta da un’altra civiltà; un fisico costruisce un esperimento perché cerca una determinata particella o vuole mettere alla prova una teoria; un biologo esamina i dati perché ipotizza l’esistenza di una relazione. Senza aspettative e ipotesi, gran parte della scienza sarebbe impossibile.
Ma proprio l’ipotesi che guida la ricerca può diventare una fonte di errore. Quando desideriamo fortemente trovare qualcosa, aumenta il rischio di interpretare un’evidenza ambigua nella direzione che speravamo. Non significa che gli scienziati SETI siano meno rigorosi degli altri. Al contrario, il modo in cui la comunità scientifica ha trattato il Wow signal costituisce un ottimo esempio del funzionamento della scienza: era esattamente il genere di segnale che molti ricercatori avrebbero desiderato trovare, eppure non è stato proclamato il primo contatto.
Una scoperta straordinaria richiede verifiche straordinarie
Immaginiamo per un momento che il Wow signal fosse davvero stato prodotto da una civiltà extraterrestre. Sarebbe difficile sopravvalutare le conseguenze di una simile scoperta. Per la prima volta sapremmo che l’intelligenza tecnologica non è comparsa soltanto sulla Terra. Cambierebbe la nostra comprensione della vita nell’Universo e probabilmente anche il modo in cui l’umanità pensa a se stessa.
Proprio perché le conseguenze sarebbero così enormi, però, la soglia della verifica deve essere estremamente elevata. Un singolo segnale non ripetuto non basta. Bisognerebbe escludere interferenze, malfunzionamenti e spiegazioni naturali, individuare nuovamente la sorgente e possibilmente permettere a osservatori indipendenti di rilevarla. Non è scetticismo pregiudiziale: è il metodo attraverso il quale la scienza tenta di impedire che ciò che desideriamo credere venga scambiato per ciò che abbiamo dimostrato.
E se fosse stato un fenomeno naturale ?
Negli ultimi anni il mistero ha acquisito un nuovo capitolo. Un gruppo guidato dall’astrobiologo Abel Méndez dell’Università di Porto Rico ad Arecibo ha studiato segnali radio rilevati nell’ambito del progetto Arecibo REDS, individuando emissioni dell’idrogeno che presentano alcune somiglianze con il Wow signal, pur essendo molto meno intense. Da qui è nata una possibile spiegazione astrofisica.
Il segnale del 1977 potrebbe essere stato associato a una nube compatta di idrogeno neutro la cui emissione sarebbe stata temporaneamente amplificata da un evento energetico transitorio, attraverso fenomeni come un flare maser o processi di superradianza. L’ipotesi è interessante perché potrebbe spiegare contemporaneamente alcune delle caratteristiche più enigmatiche dell’evento: la frequenza vicina alla riga dell’idrogeno, la grande intensità e soprattutto la sua natura transitoria. Le nuove analisi dei dati storici del Big Ear hanno inoltre individuato segnali più deboli potenzialmente appartenenti alla stessa famiglia di fenomeni e hanno permesso di affinare la possibile localizzazione celeste del Wow signal. Ma anche qui bisogna applicare esattamente lo stesso principio utilizzato per l’ipotesi extraterrestre: una spiegazione plausibile non è automaticamente una spiegazione dimostrata.
Il metodo scientifico deve essere imparziale anche verso le spiegazioni che preferiamo
Sarebbe metodologicamente sbagliato proclamare che il Wow signal proviene da esseri alieni perché l’ipotesi è affascinante. Ma sarebbe altrettanto scorretto dichiarare risolto il mistero soltanto perché una spiegazione naturale appare più prudente. Il metodo scientifico non consiste nel scegliere sempre la spiegazione meno sorprendente: consiste nel confrontare le spiegazioni disponibili con le evidenze.
L’ipotesi naturale deve quindi essere sottoposta alle stesse domande: riesce a spiegare quantitativamente l’intensità osservata? Il meccanismo proposto può realmente produrre un segnale con quelle caratteristiche? Possiamo osservare eventi analoghi? Produce previsioni verificabili? Soltanto ulteriori osservazioni potranno rafforzarla oppure indebolirla. È proprio così che un mistero diventa un problema scientifico.
Il problema della riproducibilità
Il Wow signal mette in evidenza anche una caratteristica fondamentale della conoscenza scientifica: la riproducibilità. In un esperimento di laboratorio possiamo tentare di riprodurre un fenomeno nelle stesse condizioni; in astronomia è spesso impossibile. Una supernova esplode una volta, un lampo radio veloce può comparire improvvisamente, un evento cosmico transitorio non può essere ordinato dall’astronomo e ripetuto quando lo desidera.
La riproducibilità assume quindi una forma differente: osservare altri eventi della stessa classe, ottenere rilevazioni indipendenti, confrontare strumenti differenti e verificare se una teoria riesca a prevedere nuove osservazioni. Per il Wow signal questo non è ancora avvenuto in maniera sufficiente. Ed è per questo che 49 anni dopo continuiamo a chiamarlo un segnale inspiegato, non un segnale dagli alieni.
Ma perché cerchiamo gli extraterrestri ?
Dietro SETI esiste tuttavia una domanda che non appartiene soltanto all’astronomia: siamo soli? Per millenni l’umanità ha osservato il cielo interrogandosi sul proprio posto nel cosmo. La rivoluzione scientifica ha progressivamente mostrato che la Terra non occupa una posizione astronomicamente privilegiata. Oggi sappiamo inoltre che i pianeti sono estremamente comuni nella nostra Galassia e che potrebbero esistere miliardi di mondi rocciosi.
Non sappiamo però quante volte sia comparsa la vita, quanto frequentemente la vita diventi complessa e soprattutto quanto spesso l’evoluzione produca organismi capaci di costruire tecnologie rilevabili a distanze interstellari. La domanda «siamo soli ?» rimane quindi scientificamente legittima proprio perché non conosciamo ancora la risposta.
Il silenzio non dimostra che siamo soli
Anche l’assenza di una rilevazione confermata deve essere interpretata con prudenza. Potremmo essere soli, oppure la vita intelligente potrebbe essere estremamente rara. Potrebbero esistere civiltà che non utilizzano tecnologie rilevabili con i nostri strumenti; potremmo ascoltare le frequenze sbagliate, nelle direzioni sbagliate o nei momenti sbagliati. Le civiltà tecnologiche potrebbero inoltre esistere per periodi molto brevi rispetto alla storia cosmica.
Il problema delle distanze e del tempo è enorme. Due civiltà potrebbero abitare la stessa Galassia senza esistere contemporaneamente. Per questo anche il cosiddetto “grande silenzio” non costituisce, da solo, una dimostrazione dell’unicità dell’intelligenza terrestre.
Se trovassimo gli alieni, che cosa cambierebbe ?
La ricerca di intelligenza extraterrestre si trova in una posizione particolare perché il suo oggetto scientifico possiede inevitabilmente implicazioni filosofiche, antropologiche e religiose. Scoprire una civiltà extraterrestre non significherebbe soltanto aggiungere una nuova specie a un catalogo: significherebbe scoprire che la materia dell’Universo ha prodotto altrove esseri capaci di conoscere l’Universo stesso. L’intelligenza non sarebbe più un fenomeno noto in un unico punto del cosmo.
Si aprirebbero domande completamente nuove. L’evoluzione dell’intelligenza segue percorsi ricorrenti? Una civiltà extraterrestre svilupperebbe matematica e scienza simili alle nostre? Avrebbe concetti di bene, libertà, persona, trascendenza? Si porrebbe domande sull’origine e sul significato dell’esistenza? Non possiamo saperlo, ed è importante non proiettare automaticamente categorie umane su esseri che, qualora esistessero, potrebbero essere radicalmente differenti da noi.
Tra fede e ragione, una domanda antica
La possibilità di altre forme di vita intelligente non rappresenta neppure una domanda completamente estranea alla storia del pensiero religioso. La pluralità dei mondi è stata discussa, con significati e presupposti molto differenti da quelli dell’astrobiologia contemporanea, ben prima della nascita della radioastronomia.
Oggi la questione può essere affrontata su due piani distinti. La scienza domanda se altre forme di vita e intelligenza esistano e cerca evidenze osservabili. La filosofia e la teologia possono invece interrogarsi su che cosa significherebbe la loro esistenza per la nostra concezione dell’uomo, della creazione e del posto che occupiamo nell’Universo. Confondere questi livelli sarebbe un errore, ma separarli completamente significherebbe rinunciare a una delle domande più profonde suscitate dalla ricerca scientifica.
Il valore scientifico di un mistero irrisolto
A 49 anni dalla sua rilevazione, il Wow signal continua quindi a essere importante non perché dimostri l’esistenza degli extraterrestri. Non la dimostra. È importante perché mostra quanto sia difficile passare dall’osservazione alla conoscenza.
Abbiamo un dato reale, diverse ipotesi, alcune spiegazioni escluse e altre formulate più recentemente. Possiamo utilizzare tecnologie che nel 1977 non esistevano per riesaminare vecchie osservazioni e possiamo tornare a osservare la regione del cielo interessata. Ma rimane qualcosa che non possediamo: una risposta definitiva.
Riconoscere di non sapere è parte integrante della scienza. Forse il Wow signal era prodotto da un raro fenomeno astrofisico; forse esiste una spiegazione molto più ordinaria che non abbiamo ancora individuato; e non possiamo escludere semplicemente per principio possibilità più straordinarie. La posizione scientificamente corretta rimane sospesa tra apertura e rigore: non rifiutare un’ipotesi soltanto perché è straordinaria, ma non accettarla finché le evidenze non siano sufficienti.
Il 15 agosto 1977 qualcuno scrisse «Wow !» accanto a sei caratteri stampati da un computer. Quarantanove anni dopo continuiamo a osservare quelle lettere e a domandarci che cosa sia accaduto. Ma forse la lezione più importante del Wow signal non riguarda ciò che potrebbe esserci dall’altra parte della Galassia. Riguarda noi: la nostra capacità di cercare qualcosa che desideriamo profondamente trovare e, allo stesso tempo, di avere la disciplina intellettuale necessaria per riconoscere che non lo sappiamo ancora.
Immagine elaborata con Intelligenza Artificiale.
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