Scienza, fede, ragione, informazione. Direttore Paolo Centofanti

Eventi 2026

John Dalton e la realtà invisibile degli atomi

john dalton realta invisibile atomi

A 260 anni dalla nascita dello scienziato inglese John Dalton, la teoria atomica ricorda che la scienza non si limita a descrivere ciò che appar e: costruisce modelli capaci di spiegare le regolarità della natura e di avvicinarsi progressivamente alla realtà

Il 6 settembre 1766 nasceva John Dalton, chimico, fisico e meteorologo inglese che contribuì in modo decisivo alla nascita della moderna teoria atomica. A 260 anni dalla sua nascita, la sua vicenda scientifica permette di riflettere non soltanto sulla storia della chimica, ma anche sul rapporto tra osservazione, teoria e realtà.

All’inizio del XIX secolo nessuno poteva vedere direttamente un atomo. Non esistevano strumenti capaci di restituirne un’immagine e molte delle conoscenze oggi considerate fondamentali – dalla struttura del nucleo agli elettroni, dagli isotopi alla meccanica quantistica – erano ancora lontane. Eppure Dalton comprese che l’ipotesi atomica poteva spiegare alcune precise regolarità osservate nelle trasformazioni della materia.

La forza della sua teoria non dipendeva quindi dalla visibilità degli atomi, ma dalla capacità del modello di organizzare dati sperimentali differenti all’interno di una spiegazione coerente.

Dalla meteorologia alla struttura della materia

Dalton nacque in una modesta famiglia quacchera del Cumberland, in Inghilterra, e ricevette un’istruzione formale limitata. Cominciò molto giovane a insegnare e dedicò gran parte della propria vita all’attività educativa, alle conferenze pubbliche e alla ricerca. L’appartenenza alla comunità quacchera gli impedì di accedere alle principali università britanniche dell’epoca, ma non arrestò la sua formazione scientifica.

Uno dei suoi primi interessi fu la meteorologia. Dal 1787 fino alla morte, avvenuta nel 1844, registrò con grande continuità le condizioni atmosferiche, raccogliendo un’enorme quantità di osservazioni. Il suo primo libro, Meteorological Observations and Essays, fu pubblicato nel 1793.

Lo studio dell’atmosfera lo condusse a interrogarsi sul comportamento dei gas. Dalton arrivò a considerare l’aria non come una sostanza omogenea o una sorta di solvente chimico, ma come una miscela composta da gas differenti. Formulò così la legge delle pressioni parziali: in una miscela di gas, la pressione complessiva corrisponde alla somma delle pressioni esercitate dai singoli componenti.

Fu proprio il tentativo di comprendere le proprietà dei gas a indirizzarlo verso una spiegazione atomistica della materia. La teoria dell’atomo non nacque dunque come una speculazione isolata, ma all’interno di un lungo lavoro di osservazione, misurazione e interpretazione dei fenomeni naturali.

La teoria atomica di Dalton

L’idea che la materia fosse composta da unità fondamentali indivisibili era molto più antica. Già nella filosofia greca, Leucippo e Democrito avevano immaginato l’esistenza degli atomoi, particelle non ulteriormente divisibili. La proposta di Dalton, tuttavia, apparteneva a un contesto profondamente diverso: l’atomo diventava parte di una teoria quantitativa collegata agli esperimenti chimici.

Dalton sosteneva che tutta la materia fosse formata da atomi e che gli atomi dei diversi elementi possedessero masse e proprietà differenti. I composti chimici si sarebbero formati attraverso la combinazione di queste particelle secondo rapporti semplici e definiti.

Questa impostazione permetteva di interpretare le regolarità riscontrate nelle reazioni chimiche. Se due elementi potevano formare più composti, le quantità di uno che si combinavano con una quantità fissa dell’altro seguivano rapporti esprimibili mediante piccoli numeri interi. Era la legge delle proporzioni multiple, una delle basi empiriche della teoria daltoniana.

Nel 1803 Dalton presentò la propria concezione atomica e negli anni successivi la sviluppò nell’opera A New System of Chemical Philosophy, pubblicata in più parti a partire dal 1808. Tentò inoltre di determinare le masse atomiche relative, assumendo l’idrogeno come riferimento, e ideò simboli per rappresentare elementi e composti.

Una teoria feconda, ma non definitiva

Il modello di Dalton conteneva anche diversi errori. Lo scienziato riteneva, per esempio, che la molecola dell’acqua fosse formata da un atomo di idrogeno e uno di ossigeno, mentre oggi sappiamo che la sua formula è H₂O. Considerava inoltre gli atomi indivisibili e indistruttibili, una convinzione successivamente superata dalla scoperta delle particelle subatomiche e delle reazioni nucleari.

Anche l’affermazione secondo cui tutti gli atomi di uno stesso elemento avrebbero esattamente la medesima massa dovette essere modificata dopo la scoperta degli isotopi. Atomi appartenenti allo stesso elemento possono infatti avere lo stesso numero di protoni ma un diverso numero di neutroni e, quindi, masse differenti.

Questi limiti non annullano il valore della teoria. Mostrano piuttosto come procede la conoscenza scientifica: un modello può essere incompleto e contenere errori, ma risultare comunque decisivo se riesce a spiegare fenomeni, produrre previsioni e aprire nuove possibilità di ricerca.

La scienza non avanza necessariamente sostituendo semplicemente una teoria falsa con una vera. Spesso conserva parte delle intuizioni precedenti, correggendole e inserendole in una rappresentazione più ampia. Gli atomi di Dalton non coincidevano con quelli della fisica contemporanea, ma la sua teoria rese possibile pensare la chimica in termini quantitativi e strutturali.

Vedere oltre ciò che appare

Il caso di Dalton solleva una questione centrale per la filosofia della scienza: possiamo considerare reali entità che non osserviamo direttamente? Gli atomi consentivano di spiegare perché gli elementi si combinassero secondo rapporti determinati, ma all’epoca rimanevano entità teoriche. La loro esistenza era ricavata dagli effetti misurabili e dalla coerenza delle spiegazioni che rendevano possibili.

Questo non significa che la scienza inventi arbitrariamente la realtà. Un modello scientifico deve confrontarsi continuamente con gli esperimenti, resistere ai tentativi di confutazione e mostrare una capacità esplicativa superiore alle alternative. Il dato osservativo e la teoria non sono però due mondi completamente separati: per comprendere ciò che osserviamo abbiamo bisogno di concetti, strumenti, ipotesi e strutture matematiche.

Nel corso del Novecento, lo sviluppo della fisica atomica, della microscopia e di molte tecniche sperimentali ha fornito prove sempre più solide dell’esistenza e delle proprietà degli atomi. Eppure anche le immagini atomiche prodotte dagli strumenti contemporanei non sono semplici fotografie paragonabili a quelle di un oggetto quotidiano: sono rappresentazioni costruite traducendo precise interazioni fisiche in segnali interpretabili. La scienza permette dunque di “vedere” anche attraverso la mediazione di teorie e strumenti.

Dalton e la percezione dei colori

Il rapporto tra realtà e osservazione emerge anche da un altro importante ambito delle ricerche di Dalton. Lo scienziato si accorse che la propria percezione dei colori era diversa da quella della maggior parte delle persone e che anche suo fratello presentava la stessa caratteristica. Nel 1794 descrisse il fenomeno alla Manchester Literary and Philosophical Society, offrendo una delle prime analisi scientifiche del deficit della visione cromatica, successivamente chiamato daltonismo.

Dalton propose una spiegazione errata, ipotizzando che il corpo vitreo dei suoi occhi possedesse una colorazione capace di filtrare alcune lunghezze d’onda. Chiese però che i suoi occhi fossero esaminati dopo la morte, permettendo alla ricerca di verificare la sua ipotesi. L’esame anatomico non la confermò e, nel 1995, l’analisi genetica dei tessuti conservati permise di stabilire che Dalton era affetto da deuteranopia, una forma di alterazione della percezione del rosso e del verde.

Anche questa storia è scientificamente significativa. Dalton partì da un’esperienza personale, la trasformò in una domanda verificabile e accettò implicitamente la possibilità che la propria spiegazione venisse smentita.

La conoscenza come ricerca della realtà

A 260 anni dalla nascita, John Dalton ricorda che la scienza non coincide con la semplice raccolta di ciò che è immediatamente visibile. Essa cerca strutture, relazioni e cause capaci di rendere intelligibili i fenomeni.

I modelli non sono la realtà stessa, ma neppure costruzioni prive di legami con il mondo. Sono strumenti conoscitivi sottoposti alla resistenza dei fatti: possono essere corretti, ampliati o abbandonati quando nuove osservazioni ne mostrano i limiti.

L’atomo immaginato da Dalton era diverso da quello descritto oggi dalla meccanica quantistica. Tuttavia, attraverso un modello ancora imperfetto, lo scienziato inglese riuscì a cogliere una caratteristica reale e profonda della materia. La sua eredità invita così a evitare due estremi: la pretesa che una teoria esaurisca definitivamente la realtà e l’idea opposta che i modelli scientifici siano soltanto convenzioni.

La conoscenza nasce dall’incontro tra ciò che il mondo manifesta e l’intelligenza che tenta di comprenderlo. Talvolta, proprio ciò che non possiamo osservare direttamente offre la spiegazione più convincente di quanto vediamo.

Fonti:

Immagine originale elaborata con Intelligenza Artificiale.

Lascia una risposta