Il Foglio: Come si evolve bene la creazione – 2

da  Il Foglio, 29 dicembre 2009

Ci convertiremo al darwinismo quando ce ne daranno prova scientifica, almeno una

“I creazionisti […] non possono sostenere che il racconto biblico sia provato scientificamente, emulando così gli evoluzionisti dogmatici che credono che la loro teoria sia scientificamente provata”. Nel cuore del proprio ponderoso libro, “Charles Darwin oltre le colonne d’Ercole. Protagonisti, fatti, idee e strategie del dibattito sulle origini e sull’evoluzione” (Gribaudi, Milano 2009), lo afferma Mihael Georgiev. Nato a Sofia, Georgiev ha lasciato la Bulgaria nel 1971 e, dopo aver studiato negli Stati Uniti, si è accasato in Italia. Laureato in Medicina e chirurgia alla Sapienza di Roma, dal 2006 è membro del Centro di malattie vascolari dell’Università di Ferrara. Autore di testi medici e scientifici, dal 2002 è vicepresidente dell’Associazione italiana studi sulle origini (www.origini.info). Il bello però è che, personalmente parlando, Georgiev creazionista lo è davvero, giacché prende sul serio quella fede che definisce l’Altissimo “creatore del cielo e della terra”.

Ma, al tempo. Georgiev non è un “concordista”. Anzi. Protestante, scrupoloso lettore (come pochi, magari pure tra i cattolici) del magistero cattolico in materia, sin dai dibattiti coevi a Darwin su Civiltà Cattolica e dintorni, stigmatizza il confondere scienza e fede. Certo, pensa che le due percorrano tratti di strada comuni, ma si guarda bene dal saltare di palo in frasca.

Il suo librone si configura così come una navigazione attraverso quanto scientifico lo è, e lo è sul serio, e quanto invece non lo è, altrettanto sul serio. In primis il creazionismo (un turpiloquio pensato per denigrare chi la fede, fortuna sua, ce l’ha) e l’evoluzionismo talebano; quindi quanto Darwin disse ma pure non disse, cosa di Darwin han fatto darwinisti e neodarwinisti, quel che al naturalista obbiettano i critici di ieri e di oggi; poi il dibattito tra filosofia e scienza dai greci al Rinascimento passando pure, ovvio, per le dispute medioevali, l’incontro fra ragione e Rivelazione così come lo scontro fra un altro tipo di ragione e fede; infine le coordinate del cosiddetto progetto intelligente, quelle vere, mica le caricature che vengono messe in bocca ai suoi sostenitori. Giunto all’ultima pagina, il lettore ne sa più di prima (perdonate la banalità, ma oramai, con certi libri che si pubblicano, questo “minimo sindacale” non è più un diritto acquisito) e pure si convince: il darwinismo sarà pure affascinante, ma quando ce ne mostreranno una prova evidente che sia una, e a norma di metodo scientifico, induttivo, empirico, sperimentale, positivo, galileiano e laico, allora ci convertiremo.

Una summula, quella di Georgiev, da appaiare al superlativo (e tecnico e noioso quanto è sacrosantamente giusto sia un libro di biologia generale) “Trattato critico sull’evoluzione. Certezza dei fatti e diversità delle interpretazioni”, curato da due quadrati scienziati tedeschi, Reinhard Junker e Siegfried Scherer, alla testa di un pool di una ventina di specialisti, uscito in italiano nel 2007 da Gribaudi in una versione curata da Fernando De Angelis. Buon rincalzo lo dà del resto Ferdinando Catalano, fisico messinese e ricercatore di ottica oftalmica, docente di Optometria all’Università del Molise. Il suo “La vita e il respiro e ogni cosa. Termodinamica e abiogenesi” (Aracne, Roma 2009) spende, nel sottotitolo, un parolone più noto come “generazione spontanea”: la pretesa che dal nulla venga qualcosa, Dio a parte, dall’inanimato l’animato, dalla materia inerte la vita. Un’idea su cui il darwinismo si fonda, e pour cause, ma che nessuno ha mai dimostrato, anzi semmai sbugiardato: Francesco Redi e Lazzaro Spallanzani fra Sei e Settecento, e Louis Pasteur nell’Ottocento. Ricorda peraltro Catalano che, nonostante la graniticità con cui la “chiesa evoluzionista” cerca di accreditarsi oggi, al momento esistono ben 13 diverse e contrastanti ipotesi sull’origine della vita sulla Terra: epperò tutti a dare addosso per esempio al povero “principio antropico”, quello che, misurazioni scientifiche alla mano, mostra come questo nostro strano e fantastico pianeta stia lì piroettante da tempo nell’universo, con le sue piante, i suoi animali, i suoi uomini, atei o credenti, la scienza e le illazioni, ma questo grazie a una serie delicatissima di costanti e di dettagli finemente cesellati e in sereno equilibrio, ché se uno solo variasse di un soffio verrebbe giù tutto. Quasi un pianeta privilegiato a misura di uomo, di cui, fino a prova contraria, non vi è pari nell’universo.

Marco Respinti

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