Il mandarino di Cicerone

da  L’Osservatore Romano, 29 ottobre 2009

Il mandarino di Cicerone

Una mostra su Matteo Ricci al Braccio di Carlomagno

di Antonio Paolucci

La mostra dedicata al gesuita Matteo Ricci che apre il 29 ottobre al Braccio di Carlomagno si gioca su una idea geniale dell’allestitore scenografo Pierluigi Pizzi.

Dal momento che il percorso espositivo si disloca in due parti, una dedicata a Roma, alla Compagnia di Gesù e all’Europa fra XVI e XVII secolo, l’altra che ha per argomento la Cina abitata, penetrata, capita e acculturata da Matteo Ricci, ecco allora che i colori dominanti sono due. Un azzurro algido e luminoso (“azzurro Sassoferrato”, lo chiama Pizzi, con riferimento al noto pittore della Riforma cattolica) per la pars occidentis, il rosso imperiale per la zona che ospita le opere e i documenti della Cina.

Del resto la mostra voluta con determinazione ammirevole da monsignor Claudio Giuliodori, vescovo di Macerata-Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia, ha un titolo che prefigura e replica l’idea dei due colori. Il gesuita di Macerata, fra Roma e Pechino, si colloca oggettivamente “ai crinali della storia”. Perché negli anni che stanno fra il 1580 e il 1610 – gli anni della missione cinese di padre Matteo – sembrò possibile vedere, come dal vertice di una alta montagna, il possibile dialogo, la fruttuosa contaminazione fra due mondi l’uno all’altro incogniti, apparentemente incomunicabili, sigillati dalla loro stessa diversità.

Una mostra che, come questa, intende mettere in figura un tempo grandiosamente cruciale della storia, deve saper usare con didattica efficace il sistema dei simboli. Pierluigi Pizzi ci riesce magnificamente.

Due infatti sono i fuochi che catturano l’attenzione del visitatore e intorno ai quali si organizza e si irradia il percorso espositivo. Uno è l’altare di Confucio, prestito della Sezione missionaria etnologica dei Musei Vaticani. Fiammeggiante di lacca e di oro, di dimensioni imponenti, fronteggiato da un Budda pensoso e compassionevole, rappresenta perfettamente la raffinata filosofica religiosità cinese. A fare da contraltare, nel senso letterale oltre che simbolico del termine, c’è la gloria barocca di Pier Paolo Rubens. Dalla chiesa genovese del Gesù viene la grande tela che racconta l’apoteosi di sant’Ignazio di Loyola e dei suoi seguaci.

Rubens è emozione ed è passione, la sua pittura sontuosa smagliante che rielabora Raffaello e Caravaggio, che non teme lo splendore del Vero e trasfigura il tutto nella visione ottimistica e trionfalistica di una Chiesa alla conquista del mondo, è l’altra faccia della medaglia. È il punto di partenza, religioso e culturale, dal quale Matteo Ricci partiva quando lasciò il Collegio romano per l’impero di mezzo. Intorno ci sono i quadri del fiammingo Seghers (anch’essi prestiti dei Musei Vaticani) con i protagonisti della evangelizzazione, Francesco Saverio e Ignazio di Loyola. C’è un intenso ritratto di quest’ultimo rappresentato al tavolo di lavoro, raro e pressoché incognito dipinto proveniente dal Gesù di Roma, forse attribuibile al Ribera.

Ci sono i ritratti dei Papi capaci di reggere la Chiesa nei tempi di ferro che videro, in Europa, le guerre di religione e il confronto armato con l’islam. La battaglia di Lepanto di Paolo Veronese, prestata dal veneziano Museo dell’Accademia, è davvero l’emblema di un’epoca. Era il 1571 quando l’armata navale guidata da Giovanni d’Austria spezzava l’assalto del turco alla fortezza Europa. Nello stesso anno il giovane Matteo Ricci entrava nell’ordine gesuita. Si preparava a diventare il Li Madou che i cinesi ancora oggi onorano come uno dei padri identitari della loro grande storia. Non è senza significato se nel Millennium Center di Pechino, immenso edificio politico cerimoniale che celebra i fasti della nazione e del partito, il gigantesco rilievo in marmi policromi dedicato alla storia della Cina, dal primo imperatore ai protagonisti del Novecento, porti due sole immagini di stranieri, entrambi italiani. Uno è Marco Polo alla corte di Kubilai Kan, l’altro è Matteo Ricci che, dalla terrazza della Città proibita, in veste di mandarino confuciano, scruta il cielo.

Li Madou portò in Cina la geometria di Euclide, l’astronomia, la meccanica, la cartografia. Portò il De amicitia di Cicerone trasformato in un delizioso libretto mandarino dedicato a un alto dignitario un po’ confuciano, un po’ animista, un po’ (forse) cristianizzante.

Portò dunque la cultura d’Occidente, significata in mostra da astrolabi, planetari, rappresentazioni della città e dell’impero. Portò anche, naturalmente, la dottrina cristiana ma lo fece usando come apripista la scienza e la tecnica, patrimonio condiviso per l’Occidente come per l’Oriente, e muovendosi in ogni caso con mano leggera, con straordinaria capacità mimetica, con rispetto assoluto e squisito per la cultura e per le tradizioni del Paese che aveva deciso di fare suo. Si fece cinese fra i cinesi, assunse anche negli abiti l’iconografia del funzionario imperiale, fu cerimonioso e obliquo, iperbolico e burocratico, poetico e pragmatico come costume ed etichetta richiedevano. Se non si fosse comportato in questo modo non avrebbe avuto gli onori che la Cina moderna gli riconosce e che permette a noi di collocarlo, davvero, ai crinali della storia. Una storia troppo presto interrotta ma che oggi, in tempi di integrazione fondata sul dialogo e quindi sul rispetto e sulla conoscenza, appare più che mai attuale.

© L’Osservatore Romano

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