La Sindone riprodotta? Il commento di Petrus Soons

Negli ultimi due giorni sui mezzi di comunicazione è apparsa una notizia secondo la quale un professor italiano di chimica all’Università di Pavia (Italia), avrebbe riprodotto l’immagine della Sindone di Torino, utilizzando materiali e metodi che erano disponibili nel 14mo secolo, e ne avrebbe tratto le conclusioni che l’esperimento provi che la reliquia fu realizzata da un uomo.

Essenzialmente, ha utilizzato un tessuto di lino in scala 1:1, che è stato “cotto” a 215 gradi centigradi per 3 ore, e quindi messo in una lavatrice con sola acqua.
Dopo di che hanno collocato una persona sporca di ocra rossa (ossido di ferro) sul telo, ed hanno poi corretto l’immagine colorata con le mani.
Per l’impronta del viso è stato utilizzato un calco di gesso, mentre con colori a tempera è stato simulato il sangue, e con acido solforico diluito all’1,2% in acqua, e addizionato di Alluminio e Cobalto, hanno modificato la superficie del lino.
Il trattamento finale è stato un invecchiamento artificiale, prima che il pigmento venisse poi lavato.

L’obiettivo finale era dimostrare che fosse possibile creare un falso nel 14mo secolo.
Bene, non vi è nulla di nuovo in questo.
Nel 1979 Walter C. McCrone (1916-2002) uno scienziato noto internazionalmente, specializzato nelle ricerche con l’uso del microscopio, e direttore del famoso McCrone Associates Research Laboratory di Chicago, affermò che l’immagine della Sindone era dovuta all’applicazione di ocra rossa, conosciuta anche come Rosso Veneziano, (un colore della terra), un pigmento artistico che è costituito da ossido di ferro, rosso; così, probabilmente, il Prof. Garlaschelli ha preso questa idea da Walter C. McCrone.

Questa teoria era stata già confutata dal team scientifico dello STURP (e altri negli anni, dopo di loro), che condusse investigazioni nel 1978 sulla Sindone di Torino.

Le loro conclusioni furono:

1) Adler riferì che il “colore giallo paglierino” delle fibre dell’immagine del corpo, non corrisponde al colore di nessuna delle forme conosciute di ossidi di ferro (ferrico).

2) Inoltre, Adler riferisce che non c’è corrispondenza delle immagini del solo corpo con la concentrazione di ossido di ferro, dal momento che le caratteristiche dell’immagine del solo corpo sono differenti da quelle dell’ossido di ferro.

3) Che i colori delle fibre siano dovuti a ossido di ferro, è anche precluso dal fatto che l’ossidazione o la ossido-riduzione convertono le fibre gialle della parte solo corpo dell’immagine, in un colore bianco.

4) Sono conosciute solo rare particelle di ossido di ferro sulle fibrille dell’immagine del solo corpo.

5) Una grande quantità di ferro, legata alla cellulosa del telo della Sindone (non all’ossido di ferro) e di Calcio erano entrambe presenti sulla Sindone stessa.
Si crede sia dovuto alla capacità del lino di legare ferro ed acqua attraverso l’associazione di ioni, durante il processo di marcitura (processo di lavorazione durante il quale il lino è immerso in acqua durante la fermentazione).

Una percentuale stimata del 90 per cento del ferro e del calcio è presente in questa forma, legata alla cellulosa del lino, e solamente una piccola quantità è presente come ossido di ferro.

6) Gli studi ai raggi X delle immagini del solo corpo non contengono abbastanza ossido di ferro da apparire nelle radiografie.

7) Tutto il ferro della Sindone, sia da particelle di ossido di ferro, sia proveniente dal sangue, è provato essere al 99 per cento chimicamente puro, senza possibilità di distinguere manganese, nickel, o cobalto.

Il colore della terra ocra rossa (Rosso Veneziano) che veniva utilizzato, proveniente sia da fonti medioevali che da altre fonti, era contaminato con manganese, nickel o cobalto, per più dell’1 per cento.

Il team Sturp utilizzò spettroscopia con microsonda Raman, spettroscopia di massa, spettroscopia ottica e ad infrarossi, micro spettroscopia FTIR, spettroscopia a pirolisi di massa, raggi X e una grande varietà di analisi microchimiche sulle fibrille, e giunse alla conclusione che:

“Non vi era ocra o altri pigmenti, che avessero tinto o macchiato le fibrille della Sindone”.

Il Prof. Garlaschelli ha dichiarato a Repubblica di non credere che le proprie ricerche convinceranno coloro che hanno fede nell’ autenticità della Sindone.
“Non si arrenderanno” ha affermato, “coloro che credono in essa continueranno a credere.”

Bene, la ragione per cui seri scienziati non credono al lavoro del Prof. Garlaschelli è stata spiegata.
Il Prof. Garlaschelli spiega l’assenza di qualsiasi traccia di ossido di ferro sulla Sindone originale, affermando che il pigmento sulla Sindone originale si sia dissolto naturalmente attraverso i secoli.
Questa non è un’affermazione che vi aspettereste da uno scienziato serio.
Le analisi spettroscopiche realizzate nel 1978 avrebbero mostrato anche le più tenui tracce di ossido di ferro presenti sulla Sindone, ed è un pochino “non scientifico” affermare che esse sia sparite “naturalmente”.

Un altro piccolo dettaglio è il fatto che nella Sindone originale non vi è immagine al di sotto delle macchie di sangue, il che prova che vi furono due processi di formazione dell’immagine.
Il contatto diretto per il sangue vero e proprio, e un altro processo di formazione dell’immagine per l’immagine stessa.
Il Prof Garlaschelli ha poi aggiunto il “sangue” (tempera liquida) sopra l’immagine che aveva creato.
Sotto luce Ultra Violetta – UV (certamente non conosciuta nel 14mo secolo), il sangue della Sindone mostra una separazione del siero, visibile come un anello intorno a un centro più scuro, che è tipica dell’essudazione post mortem dalle ferite.
Questo non è visibile ad occhio nudo.
Il presunto artista del 14mo secolo non avrebbe certamente potuto conoscere questo fenomeno, e non avrebbe quindi potuto nemmeno ricrearlo.

Petrus Soons M.D.,
Volcan,
Panama

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